RACCONTI DI CACCIA, STORIE, POESIE

Racconti di Caccia e Arte

 Ultimo racconto pubblicato: LA CACCIA…DOMANI

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INDICE

  1. 30 OTTOBRE 2011
  2. 1960: L’ ULTIMA GRANDE ANNATA A FASANO
  3. 17 FEBBRAIO 1985
  4. AD ACQUATICI – IN PALUDE
  5. A  NOI
  6. AGGREDITI DALLE TORTORE
  7. ALBA IN PALUDE
  8. ALLA BESTIA NERA
  9. ALLA IACCA
  10. ALLA DICIANNOVE
  11. ALLE COLONNE
  12. ALL’INSEGUIMENTO
  13. AL MIO CANE RAMBO
  14. ARRIVANO ALLE 9
  15. A TORDI IN ALTA COLLINA
  16. BRINA E ZETA
  17. BUTTARONO GIU’ I CARRELLI
  18. CACCIA ALL’ESTERO
  19. CACCIATORE DA BAMBINO
  20. CASTEL DEL MONTE
  21. CAMPIONE DI CORSA SULLE ZOLLE
  22. CAPISCO QUANDO SI DICE: E’ UNA SIBERIA
  23. CHE INCOSCIENTE
  24. CIAO DOTTO’
  25. DA SOLO AL FIUME
  26. DA SOLO IN PALUDE
  27. DELUSIONI  E SODDISFAZIONI IN TERRA BULGARA
  28. DIAVOLO D’ UN AVIATORE!
  29. DON CARLO MAZA GAI
  30. DUE NOTE SI DONDOLANO
  31. EMOZIONI RITROVATE
  32. E’ VENNE LILLO IL VENDICATORE
  33. E’ IL SIO PERIODO
  34. FARENEITH 32
  35. FINALMENTE UNA GIORNATA DA RICORDARE
  36. FINISCE LI!
  37. GECO EXPRESS
  38. GIOCO DI EMOZIONI
  39. GIOIA TAURO
  40. GIOBBY
  41. GIUSEPPE..
  42. GOSTINO DI MANICOMIO
  43. HO IMPARATO A SOGNARE
  44. IL BARCHINO
  45. IL  CANE FLOCK
  46. IL CANE NE SA’ PIU’ DEL CACCIATORE
  47. I CANTORI DI MACCHIA FITTA
  48. IL DISCORSO IMPOSSIBILE
  49. IL FASCINO DELLA PRIMA VOLTA
  50. IMMAGINO DI ESSERE UN CANE DI NOME FULL
  51. IL BEGHELLI 
  52. IN MEMORIA DEL COMMENDATORE E ALLA FACCIA DEL DIRETTORE
  53. I NEMICI DI UN POVERO CACCIATORE
  54. IO E BOBBY ERAVAMO GRANDI AMICI
  55. I PANINI ALLA BENZINA
  56. IL PARENTE
  57. I RICORDI DI LALLO 
  58. IL RITO DELLA LEPRE
  59. IL CAPPELLO A GALLA
  60. IL NOSTRO SABATO
  61. I TENAI IND’ A PALT
  62. I TEMPI BELLI
  63. ITTICA VAL D’AGRI
  64. IL TRAPPETO
  65. LA FORTUNA DEL PRINCIPIANTE
  66. LA CACCIA CHE PASSIONE!
  67. LA CACCIA…DOMANI
  68. L’ ALLUVIONE DEL 66
  69. LA GUERRA
  70. LA MARCIGLIANA
  71. LA MIA CACCIA
  72. LA MIA PASSIONE PER LE PAVONCELLE
  73. LA MIA PRIMA BECCACCIA
  74. LA MIGLIORE MEDICINA
  75. L’ AMPUTATO COLOMBACCIO
  76. LA  PADELLA
  77. LA PASSIONE PIU’ BELLA DEL MONDO
  78. LA PREAPERTURA CHE NON TI ASPETTI PIU’
  79. LA PRIMA QUAGLIA
  80. LA PRIMA VOLTA A CACCIA DI STRANI UCCELLI
  81. LA REGINA VENUTA DALLA PIOGGIA
  82. LA SCOPERTA DELLA CACCIA
  83. LA SIPE
  84. LA STRADA E’ SCONNESSA
  85. LA SAGGEZZA POPOLARE
  86. L’ ASTUZIA DELLA ZEBRA
  87. LA TORMENTA
  88. LA VETTURA
  89. LE ALZAVOLE DI PAKITA
  90. LE VACANZE
  91. LO STIVALETTO
  92. L’ ULTIMO RIENTRO
  93. META’ SETTEMBRE
  94. MI CHIAMO JACK
  95. MOCCOLI ALL’ ALBA
  96. NEBBIA PIOGGIA VENTO E TANTA PAURA IN ROMANIA
  97. NONNO GOFFREDO
  98. NON E’ UN RACCONTO DI CACCIA
  99. NON CREDO AI MIEI OCCHI
  100. NON MI REGGO IN PIEDI
  101. NON POSSO RINUNCIARE
  102. GENTE STRANA SONO I CACCIATORI
  103. LA PRIMA VOLTA IN PALUDE
  104. OMAGGIO ALLA REGINA
  105. PAVONCELLE NELLA NEBBIA
  106. PASSIONE TORDO
  107. PECCANACCHIE!
  108. PER ME LO SENTONO
  109. PICCOLA MIGRATORIA TUTTA DA SCOPRIRE
  110. PREAPERTURA ALLA TORTORA
  111. PRIMA DI NATALE
  112. QUANTO E’ IL BENE CHE UN CACCIATORE PUO’ VOLERE AL SUO CANE?
  113. RICORDO DI PAPA’
  114. SUA MAESTA’ RINGRAZIA
  115. SICILIA CHE EMOZIONE
  116. SCHEGGE ALATE
  117. SOTTO AL PIEDE ..UNA BECCACCIA!
  118. SPARA ALLA TALPA E FERISCE LA MOGLIE
  119. STORIA DI FLOCK
  120. STORIA DI UNA PASSIONE
  121. STELLA 1991/03 GLI ANNI PIU’ BELLI
  122. SUL DELTA DEL DANUBIO
  123. TERRA
  124. TIRAVA VENTO
  125. TIRA VENTO DI TRAMONTANA
  126. UN BAGNO FUORI STAGIONE
  127. UN CARNIERE BASTARDO
  128. UN CARNIERE ECCEZZIONALE
  129. UN INCONTRO FORTUNATO
  130. ULTIMA APERTURA ALLA DAUNIA RISI
  131. ULCJNI
  132. UNA GIORNATA MEMORABILE
  133. UNA GIORNATA PER ME SPECIALE
  134. UN GIORNO IN PRETURA
  135. UN RACCONTO DI GIORGIO CREATINI
  136. UN RIENTRO FORTUNATO
  137. VECCHIE CARTUCCE IN CARTONE
  138. VINI E SELVAGGINA
  139. VETUCC A BOTT
  140. WALSDROTE

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Il giorno esatto non me lo ricordo ormai sono passati 4 anni, ma ricordo vivamente tutto di quel giorno che decisi di addentrarmi da solo nella barena Chiogiotta in una fredda giornata di dicembre.
La sera prima il mio socio mi aveva dato buca e dovetti soffermarmi sul dilemma di andare o non andare da solo a caccia.
Da solo, senza barca, carico come un mulo da soma mi sarei dovuto addentrare nella parte di barena calpestabile per raggiungere la botte.
L’istinto prese il sopravvento la voglia di cacciare era troppa e decisi di andarci lo stesso, ogni volta che riuscivo a farmi accompagnare in laguna con la barca, anche se non prendevo nulla perché ormai distrutta dai bracconieri che di notte cacciavano con i richiami elettronici a tutto spiano, sognavo di epiche fucilate e di epici carnieri da poter raccontare come fossero leggende nordiche.
Preparai tutta l’attrezzatura, stampi, richiami a fiato che ormai le mie labbra e polmoni avevano consumato in quanto persino durante gli spostamenti di lavoro in auto mi esercitavo per essere perfetto nel momento fatidico di dover richiamare quei palmipedi che tanto bramavo, fucile, cartucce, vestiario, stivali alti, torcia per la testa e chi più ne ha più ne metta.
Cena veloce e di corsa a letto per riposare mente e corpo in attesa della sveglia che mi avrebbe allertato dalla mia notte insonne che l’ora di andare a caccia era giunta.
Alle 4:30 mi alzai, caffè e colazione, lavata veloce, vestizione, fucile e zaino e giù in auto, ultima check-list e mi diressi dove sorge il sole.
Appena arrivato scesi dall’auto, mi misi in cima all’argine che separava la terra ferma dalla mia meta e inspirai e pieni polmoni l’aria fredda salmastra e osservai il cielo stellato con la luna piena, limpido e cristallino, poi l’udito ebbe il sopravvento su quella celestiale visione e incominciai a sentire gli immancabili richiami elettronici riecheggiare da tutte le direzioni con le immancabili fucilate occasionali.
Già sapevo il finale di quella giornata, ma in cuor mio ancora speravo quindi mi caricai tutto in spalla e incominciai a inoltrarmi nella barena verso la botte.
Arrivato calai gli stampi: 4 Germani, 6 Alzavole, 2 Fischioni e un mojo di Germano mi diressi alla botte e mi accorsi che nonostante i miei continui svuotamenti si era riempita di nuovo di acqua fino alle ginocchia.
Mi sistemai alla meglio anche se avevo le gambe in ammollo e il cruscotto dell’auto mi segnava 0° Celsius.

A quel punto ero io e basta, in attesa dell’arrivo di Apollo che avrebbe dato il via alla giornata di caccia, c’era solo la luna e le stelle a farmi compagnia.
Dopo un po’ di tempo che ero fermo il freddo cominciò a farsi sentire, i denti iniziarono a battere e ogni cellula del mio corpo mi stava urlando di tornare a casa perché tanto non avrei visto e preso nulla.
Ma io volevo rimanere lì, non volevo darla vinta a coloro che ogni notte rovinavano il posto a tutti gli altri che volevano assaporare la poesia della caccia in barena.
Ad un certo punto posai lo sguardo al cielo e vidi una stella cadente, la prima da 10 anni, e lì mi resi conto che nella frenesia della vita avevo smesso a osservare ciò che mi circondava, avevo perso la visione dell’insieme, non era l’obiettivo il fine, ma il viaggio e capì che se avessi voluto cacciare anatre non avrei dovuto fossilizzarmi in quel modo, ma andare a cercarle dove avrei potuto prenderle “nel modo giusto”.
Rimasi per ammirare quell’alba che sempre mi ha fatto scordare per quei 30 minuti la quotidianità che mi attendeva ogni giorno, i colpi dalle valli private iniziarono a riecheggiare come le più cruente battaglie della Prima guerra mondiale, rimasi in attesa fino alle 10:00 senza vedere nulla per poi tornare all’auto.
Arrivato sopra l’argine mi voltai e osservai per l’ultima volta la barena dandole non un addio, ma un arrivederci fino a quando coloro che stavano rovinando quell’affascinante caccia si sarebbero resi conto di ciò che stavano perdendo.
Oggi, le mie anatre le ho prese e ognuna di esse, per me, vale molto di più di qualunque numero fatto in quelle barene dove la poesia si è spenta nell’uso di quelle maledette macchinette.

 

Autore del racconto
Francesco (Pdor)

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“Da quanti anni ha smesso di fumare?”
“Piu’ di dieci.”
“Bene. E beve?”
“In moderazione. Non piu’ di un bicchiere di vino al giorno, magari una birra o due ogni tanto.”
“Be’, la situazione e’ questa: ci sono stati danni irreparabili al muscolo cardiaco. L’operazione che le abbiamo fatto dovrebbe evitare futuri inconvenienti, ma lei deve fare la sua parte.”
“Cioe’?”
“Deve cambiare radicalmente la sua dieta, fare un po’ d’esercizio moderatissimo ogni giorno, perdere peso, evitare qualsiasi attivita’ stressante, e prendere le medicine che le ho prescritto ogni giorno. A vita. Non le nascondo che lei ha preso una bella batosta e deve stare attentissimo a non strafare, a non affaticarsi, a riguardarsi il piu’ possibile,ad evitare il freddo. Una passeggiata lenta di un chilometro ogni pomeriggio quando il tempo e’ bello, o se fa brutto tempo rimanga a casa e faccia un po’ di bicicletta da palestra, ma se nota che il ritmo cardiaco accellera troppo si fermi e si riposi un po’ prima di continuare…”
“Insomma, dottore, mi sta dicendo che devo fare una vita da invalido? Io ho soltanto cinquant’anni.”
“Da invalido no, ma da persona con una notevole insufficienza cardiaca. In fondo puo’ vivere una vita del tutto normale , anche se si deve privare di alcune cose non essenziali…”
“Dottore, capisco che forse a lei sembrera’ una sciocchezza, ma pensa che potrei continuare ad andare a caccia?”
“Non glielo consiglio proprio. Fra levatacce, freddo, pioggia, e inerpicarsi su terreni scoscesi sarebbe una follia andare a caccia. Inoltre se si sentisse male mentre lei e’ in un bosco o in una palude, magari da solo, che cosa potrebbe fare? Chi potrebbe soccorlerla? Non le e’ bastato quello che le e’ gia’ successo?”

Antonio aveva lasciato la macchina su una stradina mezzo allagata vicina al lago dove aveva il suo capanno per le anatre. Con un saccone pieno di stampi che gli sbatteva sui polpacci mentre camminava e con lo schioppo in spalla s’era avviato a buio pesto verso il capanno sotto una pioggia battente, muovendosi a fatica nel fango molle ed insidioso della palude. Oggi pero’ il tragitto gli sembrava piu’ lungo e piu’ faticoso, il saccone piu’ pesante del solito, e a meta’ strada aveva cominciato a sentire delle strane fitte all’altezza dello sterno. “Ho mangiato troppo a colazione,” aveva pensato, ma poi s’accorse che il cuore gli batteva forte, troppo forte, e come se gli fosse salito in gola. Si fermo’ a riprendere fiato, ma gli ci vollero quasi dieci minuti prima che potesse continuare a camminare. Arrivo’ al capanno madido di sudore freddo, appiccicoso, che sulla fronte gli si mescolava con la pioggia che continuava a venire giu’. Si sedette sulla panca del capanno per riposarsi un po’, e poi si rialzo’ per disporre gli stampi, ma il capanno comincio’ a girargli intorno come una giostra, un fiotto di nausea gli afferro’ la gola ed una lama arroventata lo pugnalo’ nel petto.

Era giorno fatto quando rinvenne, bagnato fradicio, nel fango molle davanti al capanno.Il cuore gli batteva una sarabanda infernale nel petto, e gli sembrava che un cappio gli stringesse il collo. Lascio’ il saccone degli stampi nel capanno, ed usando il fucile come un bastone, che’ le gambe non lo reggevano bene, ritorno’ chissa’ come alla macchina. ..
Ricovero d’urgenza, TAC, analisi varie, e poi il giorno dopo sotto i ferri. Lui che non si ammalava mai neanche di un raffreddore!

“Che ha detto il dottore?” gli chiese sua moglie quando ritorno’ a casa. “Che devo morire!” rispose Antonio con una risatina forzata, facendo finta di essere di buon umore. Ma un dolore quasi peggiore di quello dell’infarto che gli era venuto a caccia gli trafiggeva il cuore mentre guardava l’armadio dei fucili, dove il suo automatico, che Sandro, suo figlio, aveva ripulito dal fango e oliato bene, era riposto insieme ad una doppietta ed una carabina. “Ha detto che mi devo riguardare e che se faccio quello che dice lui campero’ altri cent’anni.” Ma dentro pensava: “E chi vuole campare cent’anni senza andare piu’ a caccia?”
“E che cosa ti ha raccomandato di fare?”
“Niente di eccezionale. Dieta, ginnastica, riposo, medicine. Le solite cose.”

Un anno di noia e di amarezza passo’ lentamente, troppo lentamente. La caccia si chiuse, poi si riapri’, e i suoi amici cacciatori non parlavano di altro. Antonio li evitava il piu’ possibile. Ogni pomeriggio, dopo l’ufficio, faceva la sua passeggiatina , o se il tempo era brutto rimaneva a casa ed usava la bicicletta da palestra proprio come gli aveva detto il dottore. Il fine settimana arrivava, e se ne andava. E poi un’altra settimana uguale a quella precedente e a quella che sarebbe venuta dopo. Ma se almeno si fosse sentito bene! Si sentiva debole, gli veniva spesso l’affanno, digeriva male anche i cibi senza sapore e senza sostanza che doveva per forza mangiare, aveva sempre sonno di giorno e non riusciva a dormire la notte. Alle tre di mattina accendeva la luce sul comodino, sua moglie grugniva e si girava dall’altra parte senza svegliarsi, e Antonio passava le ore antelucane leggendo un libro o una rivista e sospirando.

Una mattina si alzo’ all’alba. Si mise la vestaglia pesante e usci’ sul balcone. Era una mattina d’autunno, l’aria era inebriante, ripulita dalle mille puzze di citta’ da una tramontanina leggera ma costante. Volse lo sguardo in alto. Appena appena visibile contro il cielo rosa una V di anatre si dirigeva verso il padule lontano, che non era mai stato cosi’ lontano come lo era adesso. Rientro’ in casa, ando’ in bagno e si guardo’ allo specchio. Era invecchiato di dieci anni in un anno. I capelli gli si erano ingrigiti, il volto era pallido ed esangue, rughe profonde erano apparse intorno agli occhi e ai lati della bocca. Antonio si sedette sul bordo della vasca con la testa tra le mani. “Io sono gia’ morto,” penso’. “Sono gia’ morto per la paura di morire. Una morte continua, travestita da vita. E che importa se respiro, se mi muovo, se mi vesto e vado a lavorare, se parlo con mia moglie e con mio figlio? Come fanno a sopportare un morto dentro casa? Se devo essere un morto che cammina e che parla, allora e’ meglio essere un morto veramente morto!”

Antonio indosso’ i suoi abiti da caccia, ando’ in garage, prese una dozzina di stampi e li stipo’ nel saccone ed il saccone nel baule dell’auto. Poi torno’ a casa, tiro’ fuori l’automatico dall’ armadio e prese due scatole di cartucce. “Ritaaa!” grido’ dall’ingresso. “Chiama il mio ufficio e di’ a chi risponde che oggi non mi sento bene e che rimarro’ a casa. Ciao, ci vediamo stasera,” e usci’ di fretta prima che la moglie gli potesse chiedere dove stava andando.

Sandro, seduto sul divano, stava mostrando a Giorgino, suo figlio, un album di fotografie. Erano all’ultima pagina. “Mamma mia! E chi e’ questo con tutte queste anatre morte? Sei tu, papa’?” La foto era un po’ sbiadita, ed il volto del cacciaore era oscurato dal cappello.
“No, Giorgino, quello era Nonno Antonio quando aveva cinquantun anni. dieci anni fa. Dopo piu’ di un anno senza andare a caccia, la prima volta che usci’ fece una strage.”
“E questo chi e’?” Ma prima che Sandro potesse rispondere il telefono squillo’.

“Si’ certo, alle cinque. Non ti proccupare. D’accordo. No, non succedera’ di nuovo. Stavolta metto due sveglie sul comodino cosi’ mi alzo di sicuro. Ciao. A domani.”

“Chi era?” gli chiese Doriana, sua moglie.
“Era papa’, chi altri? Ma come gli va di andare a caccia tutti i giorni? Io non gliela faccio piu’ ad andargli appresso a gelarmi il culo nel capanno. Non vedo l’ora che chiuda la caccia cosi’ un fine settimana finalmente mi riposo!”

(NOTA: Questa mia storia–ispirata dall’infarto che ebbi mentre cacciavo le anatre nel mio capanno su Kalsin Lake, a Kodiak, in Alaska–apparve in una collezione di storie di caccia raccolte da Lina Finocchiaro nel volumetto “I Racconti dell’Osteria” insieme ad altri racconti scritti da me e da altri membri di un forum ormai, purtroppo, scomparso, l’Osteria del Tavolaccio.)

Autore del racconto
AL
[email protected]

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PASSO DEI TORDI, UN FASCINO IMPRESSIONANTE.

Ci siamo ragazzi, oggi sto per raccontarvi una mia giornata tipo nell’esercizio venatorio al passo ai tordi. Vorrei iniziare dal pomeriggio precedente, quando con la mente iniziamo, tutti noi, ad immergerci nel pensiero del giorno successivo, immaginando come l’indomani andrà la giornata di caccia. Ecco giunta alla sera, quando l’adrenalina comincia a salire, l’unica che ci potrà distrarre sarà la nostra ragazza, Maria Lucia ormai ha perso le speranze e mi osserva guardare il cielo la sera ad ogni canto, che già ha sopportato una giornata a sentir parlare di temperature, eventi atmosferici e tanto altro. Rientrati magari da una bella cena romantica, (sperando di poter tornare presto a uscir la sera senza restrizioni) , cominciamo a controllare tutta l’attrezzatura, capanno, fischietti e soprattutto cellulare in mano si iniziano a studiare venti e perturbazioni, per cercare di capire se il passo potrà essere proficuo. Si, perché le belle giornate di passo sono quelle, precedenti e ravvicinate al maltempo, intorno alla metà di ottobre.

Quasi in un batter baleno, siamo giunti alla mattina, subito in piedi, molto prima dell’alba e per chi ha un amico di caccia dormiglione, come me, dopo aver mandato il messaggio di buon giorno alla propria fidanzata, si comincia nel tartassarlo di chiamate a volte sono arrivato a chiamarlo 12 volte. Una volta sveglio si comincia nel vestirci, ma il pensiero è ricorrente e dice <chissà se oggi passano, chissà se la posizione ideata è esatta> mentre la mente si inebria di questi interrogativi si comincia nel caricare la macchina, il cane essendosi accorto che deve uscire inizia ad abbaiare, si inserisce prima il capanno, borsa delle cartucce, si va a prendere il cane, Ringo un breton per me sensazionale per affettuosità e riporto e si dà un’ultima controllata al fischietto, poi pronti partenza via a prendere l’amico di caccia che è finalmente pronto. Giunti a casa del ghiro, sale in macchina insieme al suo cane uno springerino molto simpatico e ci si reca sul posto di caccia, arrivati a destinazione la prima cosa è scendere dalla macchina e cercare di sentire qualche “zicchio” che generalmente segna un buon passo dei tordi. Appena inizia ad albeggiare si scende tutto, i cani si fanno sgambare un pó mentre si prepara il capanno e poi tutti in posizione, io fischio e il mio amico zicchia, con i nostri ausiliari accucciati tra le sterpaglie quasi a volersi mimetizzare al massimo. L’emozione si fa sempre più grande nel momento in cui iniziano ad arrivare le prime “squadriglie” di tordo bottaccio, farli posare sulla pianta e infine il recupero del cane che segue tutta la scena con attenzione e parsimonia. Di qui in poi si passa mezza giornata immersi nella spensieratezza più assoluta a contatto con la natura, nel silenzio assordante del bosco nulla di più splendido. Insomma ragazzi, aspettare le giornate del passo, veder albeggiare il sole prima di vedere i tordi alti nel cielo, rimirar colombacci in lontananza e osservare il cane che scorge il selvatico in volo molto prima di te, sono emozioni che tutti dovrebbero provare ma soprattutto la soddisfazione di aver curato un posto per tutto l’anno impedendo ogni forma di disturbo e denigrazione dell’ambiente, facendo rimanere intatto il suo ecosistema è una soddisfazione ineguagliabile.

 

Spero che i miei racconti vi piacciano e ci vediamo per il passo delle allodole nel prossimo pezzo.

 

 

 

Autore del racconto
Vittorio Venditti

[email protected]

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Parlare della mia passione, anzi della mia seconda pelle, la caccia, la commozione è tanta, anzi tantissima. Sin da bambino, poco più all’età di cinque anni non smettevo un minuto di osservare i panni mimetici che mio padre teneva nel suo armadio, sognando ad occhi aperti le mie future, allora utopiche giornate venatorie. Crescendo però, quello che sembrava utopia, divenne realtà ; tornato da scuola un giorno, mio padre mi fece trovare una camicia mimetica sul letto della mia camera, facevo la quinta elementare ancora lo ricordo, la mia gioia fu immensa gli occhi mi brillavano, il mio stupore però arrivò un attimo dopo, quando quasi per incanto papà pronunciò quella frase che aspettavo da tempo “mettiti la camicia che andiamo a caccia”. Feci un salto il quale aveva tutto il sapore della felicità vera, della felicità sincera; prendemmo l’attrezzatura, capanno, stampi per le allodole e ci recammo sul posto di caccia, quel giorno non passò nulla ma a me non importava, l’importante era essere lì tra i campi e la natura, il resto non contava . Questa fu la mia prima giornata di caccia. Le volte successive fu ancora più fiabesco, si perché iniziai ad andare con mio nonno materno, che purtroppo adesso non c’è più e qui una lacrima scende dai miei occhi. Lui mi insegnò molte cose, fischiare alle allodole e ai tordi, posti e molto altro, soprattutto come muoversi tra i boschi, trasmettendomi appieno la passione da “capannista”. Ora guardando la doppietta che mi regalò per il primo anno di porto d’armi, penso a quanto fui fortunato ad avere mio nonno come maestro di caccia e di vita. Dopo anni e anni passati ad aspettare con ansia il compimento dei 18 anni, finalmente arrivarono i fatidici giorni, il giorno dell’esame prima e del rilascio della licenza poi, basta pensare che presi prima il porto d’armi e successivamente la patente. Ed ecco ci siamo, la prima alba da cacciatore, quasi non ci credevo nemmeno io, lì aspettando i tordi allo spollo la luce del sole mi sembrava non arrivasse mai, fu una bella mattinata padellai non so quanti tordi ma per me si realizzava un sogno ed ero al settimo cielo. Ora che sono un pó di anni che pratico l’attività venatoria, vado sempre di più specializzandomi , insieme a miei carissimi amici ed a Maria Lucia, la mia ragazza, sulla caccia ai tordi, prima passo e poi in pastura e alle allodole aiutandomi fischiando alle prede, come mi insegnò mio nonno. Praticare l’attività venatoria per un giovane è immergersi in un mondo parallelo, il sabato sera spesso non si esce perché la mattina dopo sveglia presto, magari, anzi sicuramente fare qualche sacrificio per mettere da parte una sommetta per il rinnovo o l’attrezzatura, insomma un ragazzo che si dedica al magico universo della caccia, spesso dai suoi coetanei è visto come un marziano ma è soltanto colui che porta avanti una tradizione che prima o poi, presto o tardi tornerà in voga facendo si che la si apprezzi per l’antica e nobile arte quale è.

Oggi che purtroppo, per colpa di una società strana, pregiudizievole e incanalata da media che spesso neanche sanno di cosa parlano, molti additano noi cacciatori come sterminatori, come assassini senza fare però un ragionamento logico; un cacciatore, per esercitare al meglio la propria passione deve far si che la natura e l’ecosistema ambientale sia il più possibile in ottime condizioni, altrimenti il primo a essere danneggiato è proprio lui. Quindi un messaggio lo rivolgo a chi in buona fede, storce il naso a sentir parlare di caccia, documentatevi da soli senza bombardamenti mediatici dovuti soltanto al passo con la moda e la tendenza del momento per qualche visualizzazione in più , vedrete che il mondo venatorio, ma non solo, il mondo rurale tutto è l’essenza è la linfa vitale per il bene di Madre Terra.

Questo è l’umile e modesto racconto di un giovane cacciatore ventiquattrenne

Autore del racconto: Vittorio Venditti – [email protected]

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Erano alcune notti che non chiudeva occhio.
La sua Brina se ne era andata ed era come se gli avessero strappato un pezzo di cuore.
Sua moglie glielo aveva detto che si era troppo affezionato a quel cane, ma per lui era diventata come una figlia e non poteva farci niente.

Con lei aveva condiviso giornate di caccia indimenticabili e non solo. Se la portava sempre dietro. Da quando era in pensione la cagna era diventata la sua ombra. Sia che andasse per campi, sia che andasse in città. Sia che fosse da solo che con la moglie o con gli amici la cagna era sempre con lui. D’altra parte figli non ne aveva e aveva adottato Brina come se fosse sua figlia, forse anche di più.
Di razza decisamente incerta a caccia la cagna era un vero fenomeno e con lui costituivano una macchina da guerra micidiale.
Erano diventati il terrore delle lepri. Anche se cacciavano sempre da soli gli animali della zona avevano subito un serio ridimensionamento. Ben lo sapevano le squadre del paese. Con il tempo avevano smesso di andare a battere i posti dove solitamente andava lui perché la densità di selvatici era diventata molto bassa e solitamente non riuscivano a trovare niente.
La cagna cacciava a modulazione di frequenza, cerca ostinata anche se non lunga e seguita infinita, ma solo se lui non la chiamava. Bastava un leggero fischio che la cagna interrompeva il lavoro e tornava dal padrone. Solo se si sentiva proprio vicina allo scovo del selvatico allora non dava retta al richiamo e insisteva sulla traccia. In quel caso il cacciatore sapeva cosa stava succedendo e smetteva di chiamarla preparandosi ad uno scovo imminente.
Volpi, caprioli, cinghiali e gli altri animali a quattro zampe, che frequentavano la zona, erano del tutto indifferenti per Brina, dopo qualche scovo che aveva fatto da cucciola su animali diversi dalla lepre si era resa conto che il padrone la rimproverava e lei aveva immediatamente smesso di interessarsi a loro.
Una volta scovata la lepre, la cagna continuava a batterla fino a quando non riusciva a farla passare a tiro del cacciatore. Lui conosceva benissimo la zona e si spostava nelle poste migliori fino a quando non riusciva a tirare al selvatico. Dopo il tiro se la lepre era stata toccata anche da un solo pallino la cagna non gli dava tregua fino a quando non l’aveva presa. Se era lontana dal padrone la prendeva in bocca e gliela portava.
Se per caso era qualche altro cacciatore a sparare doveva essere molto veloce a prendere la lepre ed andarsene perché altrimenti la cagna diventava una belva feroce fogandosi al cacciatore e abbaiandogli a fermo come ad un cinghiale fino a quando non arrivava il padrone. Se trovava la lepre ancora a terra la prendeva in bocca e la portava a lui.
Una volta uno si era anche imbracciato per sparare al cane, ma fortunatamente il padrone era già arrivato in zona e il malcapitato fu dissuaso perentoriamente e molto velocemente dalle sue intensioni bellicose nei confronti della cagna.

Il cacciatore comunque sapeva limitarsi, si rendeva conto che, se avesse cacciato a giornata, le lepri sarebbero finite velocemente e così anche il loro divertimento. Una volta presa una lepre diceva alla cagna: “ora possiamo tornare a casa”. Brina si disinteressava immediatamente alla caccia.
Se il cacciatore voleva fare qualche altro tipo di caccia, succedeva quando passavano i tordi o i colombacci che lui si fermasse in un appostamento a sparare a volo, la cagna si sdraiava ai suoi piedi e si addormentava, senza svegliarsi neanche alle fucilate.

Quando la cagna aveva superato i dieci anni il cacciatore aveva ceduto ad una lunga insistenza di un suo amico che aveva fatto una cucciolata da due ottimi segugi, così aveva preso una cucciola. Anche se si rendeva conto che nessun cane avrebbe potuto sostituire Brina.
Alla cucciola aveva messo nome Zeta.
Da quando la cucciola aveva sei mesi aveva iniziato a portarla con Brina a cercare le lepri.
Brina all’inizio aveva mostrato una forte gelosia, poi constatato che l’atteggiamento del padrone nei suoi confronti non era cambiato, anzi sembrava che quello le facesse ancora più coccole, aveva assunto una totale indifferenza nei confronti della cucciola.
La cucciola ora aveva un anno e mezzo, aveva dimostrato di avere un’ottima cerca e di andare molto bene a canizza, ma non era riuscita ad uscire dall’ombra della cagna anziana. Inoltre ogni tanto cedeva alla tentazione di qualche capriolo e partiva a canizza, ma rendendosi conto che Brina non la seguiva, velocemente mollava l’intruso e tornava a cercare il padrone. Il cacciatore comunque mal tollerava queste piccole diversioni e non riusciva ad avere la minima fiducia nella giovane cagna.

Quindici giorni prima di quella notte, Brina era diventata improvvisamente mogia e non aveva mangiato la sua razione di pappa. Immediatamente il cacciatore la portò dal veterinario.
Il dottore era anche amico del cacciatore e sapeva del loro rapporto, visitò accuratamente la cagna, fece anche alcuni accertamenti diagnostici. Finiti gli accertamenti fece mettere a sedere il suo amico e gli diede la condanna. La cagna non sarebbe vissuta più di dieci giorni.
Il cacciatore si arrabbiò trattando in malo modo il dottore, dicendogli che non ci capiva niente e che si sarebbe rivolto altrove. Il dottore si aspettava una reazione del genere e non si offese.
In pochi giorni furono consultati tutti i veterinari di zona ed anche una clinica veterinaria universitaria, ma il responso rimase quasi sempre lo stesso.
Dopo una settimana dall’accenno della malattia la cagna guardò con i suoi occhi tristi il suo padrone per l’ultima volta e si spense.

L’uomo reagì in maniera inaspettata anche per la moglie. Portò la cagna nell’orto e dopo averla accarezzata lungamente la seppellì sotto un olivo. Non parlò più della cosa anche se si vedeva chiaramente che stava soffrendo molto. Di giorno si comportava come se niente fosse successo ma non era più andato a caccia. Accudiva la cucciola con freddo distacco, senza il minimo segno di affetto.
La notte però la mente sembrava accanirsi nei ricordi.
Anche quella notte non aveva chiuso occhio, gli erano tornate alla mente tante avventure vissute con Brina. Riviveva le situazioni risolte dalla cagna e gli sembrava che fosse lì con lui quando gli si avvicinava scodinzolando e guaendo sotto le sue carezze. Tutti questi ricordi contribuivano a tenere stretta la morsa ferrea che lo aveva attanagliato.

La sveglia lo fece sobbalzare, era la solita ora per andare a caccia, ma lui non avevo rimesso la sveglia, non aveva nessuna voglia di andare a caccia.
La moglie (che aveva rimesso la sveglia) si mise a sedere nel letto, gli diede un bacio sulla guancia e gli disse: “prendi la cucciola e vai”. A niente valsero i suoi dinieghi, alla fine per far smettere la donna di tediarlo si alzò come un automa, si vestì, prese il fucile ed uscì di casa. Prese Zeta e la caricò in macchina, ma non aveva nessuna voglia e non sapeva neanche dove andare.
Quasi indipendentemente dalla sua volontà la macchina si diresse verso una delle solite zone dove andava con Brina.

Arrivato sul posto scese la cagna, caricò il fucile, se lo mise in spalla e si incamminò.
Il suo cuore era stretto in una morsa ancora più dolorosa.
Essere nei posti tante volte percorsi con la sua cagna scatenava ancora di più i ricordi che si rincorrevano tumultuosi e non lo facevano stare meglio, anzi.
Rivedeva la sua Brina e violente ondate di brividi gli percorrevano il corpo.
Gli sembrava impossibile non vederla in azione, non sentire la sua voce sulle pasture.

Girovagava senza una meta precisa disinteressandosi totalmente a Zeta, anzi era come se la cucciola non esistesse, lui andava dietro solo ai suoi pensieri. La cagna batteva la campagna cercando di non allontanarsi troppo dall’uomo che percepiva particolarmente teso.

Stava percorrendo una strada di campagna che saliva ripidamente lungo un bosco, non sapeva neanche lui dove stava andando, perché e da quanto si trovasse lì.

Ad un certo punto la sua mente fu distratta da un rumore in fondo al bosco. Era come se qualcosa cercasse di strapparlo dal coma in cui era precipitato. Il suo istinto di cacciatore aveva percepito qualcosa che i suoi sensi sembravano rifiutare.

Si rese conto che Zeta aveva scovato un animale in fondo al bosco e stava venendo a canizza sfrenata verso di lui.

Un attimo di lucidità passò per la sua mente, come un automa imbracciò il fucile, la lepre uscì a tutta velocità ad una trentina di metri da lui.
Zeta arrivò pochi secondi dopo sulla lepre che stava ancora scalciando dopo la fucilata. La morse e poi quando la lepre fu esanime si girò a cercare il cacciatore, leccò l’ultima volta la lepre e andò verso di lui che si era seduto su un grosso sasso.
Arrivò guardinga e timorosa, era una situazione nuova per lei, non sapeva che reazione aspettarsi ne se ciò che aveva fatto era gradito al cacciatore.

Ma quando fu ai piedi del padrone lui l’abbracciò come non aveva mai fatto.
L’uomo stava finalmente piangendo.

Autore del racconto

Vivailpelo
[email protected]

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Quando ero bambino, e parlo dei primi anni 60, le vacanze non erano certo quelle di oggi, almeno per me. Anche allora si iniziava ad andare nei luoghi di villeggiatura. Io all’età di sei anni conobbi il mare perché i miei genitori mi mandarono in una colonia marina. La cosa comunque mi piacque, mentre i miei compagni frignavano tutto il giorno invocando la mamma, io mi divertivo da matti a giocare con la sabbia e a fare il bagno.

Ma le vacanze che ricordo con più nostalgia sono quelle che passavo in campagna dai miei nonni materni. Non che io abitassi in una grande città, anzi il mio era un paese piccolissimo che mi consentiva di essere quotidianamente in contatto con la campagna, ma le full-immersion che facevo in Giugno, Luglio ed Agosto oppure durante le vacanze Natalizie o quelle Pasquali erano veramente una pacchia.

Mi ricordo la casa dove abitavano i miei nonni, con le camere al piano superiore, mentre al piano terra dopo l’ingresso a destra c’era una porticina sempre chiusa dalla quale si entrava nella stalla e più avanti a sinistra si entrava in cucina, dominata da un enorme focolare, e dopo in quello che si potrebbe definire il soggiorno. Prima della cucina c’era una porticina che dava su una scala che scendeva in cantina.
La stalla era veramente un luogo magico, sempre calda e molto umida a seguito del fiato dei buoi e delle vacche che ci dimoravano stabilmente, mi ricordo che specialmente in inverno mi ci rintanavo e giocavo a freccette piantandole nella porta di legno sempre impregnata di umidità e che ben si faceva trafiggere dai miei dardi.
La famiglia dei miei nonni era composta, oltre che dal nonno e dalla nonna, dal fratello di nonno, da sua moglie e dal loro figlio reso impossibilitato a camminare dalla poliomielite. Infine c’era mio zio che era il fratello di mia madre.

L’estate mi piaceva tantissimo. Camminavo lungo i filai di viti aggrappate ai “chioppi”, che sono piante di supporto alle viti. Cercavo i nidi di qualsiasi tipo di uccello, ma era difficile che li depredassi. Solitamente guardavo cosa c’era dentro, se uova o pulcini, e poi mi appostavo poco lontano in attesa che la madre tornasse al nido per poterla guardare all’opera. Anche quando avevo iniziato ad andare a giro con la carabina ad aria compressa, e sparavo a tutto ciò che si muoveva, in quel caso la facevo tacere.

Spesso stavo dietro a mia nonna che, preparata la colazione a base di panzanella, affettato, pomodori e cipolle la riponeva dentro un ampio paniere insieme ad una bottiglia di acqua e ad un fiasco di vino, ricopriva tutto con un ampio tovagliolo di stoffa a quadri e poi andavamo a portarla agli uomini che erano a lavoro nei campi. Ovviamente a piedi. Anche il pranzo solitamente veniva portato nel campo con lo stesso sistema. Poi ci sedevamo tutti ad un’ombra e consumavamo la colazione o il pasto. Se avevamo fatto pranzo gli uomini si sdraiavano sulla paglia a riposare, mentre mia nonna tornava verso casa con il paniere vuoto e io scorrazzavo per i campi.

Che bello correre nelle stoppie di grano con i sandali ai piedi. Gli stocchi di grano mi graffiavano regolarmente le nocche delle caviglie, che erano perennemente scorticate. Ma io manco li sentivo.

Vicino casa c’era la fonte dove si andava a prendere l’acqua che poi veniva utilizzata per lavarsi e per bere. Per prenderla si usavano dei recipienti di rame chiamati “mezzine”. Come era fresca e buona l’acqua appena attinta dalla fonte.
Spesso mi appostavo nell’orto, che era nelle vicinanze della fonte che fungeva oltre che da risorsa di acqua potabile, da lavatoio per i panni e da irrigazione per l’orto. Mi munivo di un lungo stelo di biada selvatica, toglievo i semi e annodavo la sottile punta a mo di laccio. Poi attendevo con molta pazienza che qualche lucertola si avvicinasse per catturarla. Le prede più ambite era i ramarri. Tutte le prede venivano comunque fatte sgambettare per aria e poi regolarmente rilasciate. Con i ramarri c’era da stare attenti perché davano dei morsi non indifferenti.

Quando la canicola era più violenta mio nonno ed i miei zii tornavano a mangiare a casa e dopo pranzo andavano tutti a fare un riposino. Per far passare le ore più calde ma anche perché per poter lavorare nelle ore più fresche si alzavano veramente molto presto, di solito alle quattro del mattino zio e nonno erano già nella stalla ad accudire le bestie.
Andare a letto dopo pranzo era una cosa che io odiavo (anche perché non mi alzavo all’ora dei nonni), mi sembrava di perdere tempo, così mi aggiravo fuori casa a curiosare in ogni angolo e spesso tendevo delle trappole ai polli. Mi sedevo sulla panca che nonno usava per affilare la falce, facevo un laccio con una corda e lo mettevo per terra con al centro della trappola alcuni chicchi di grano in modo da attirare le galline. Mi ricordo bene però che le galline non erano cosi “polle” e raramente cadevano nel tranello. Che comunque non era mai cruento, anche perché quando ne prendevo qualcuna lo starnazzare che produceva faceva immediatamente arrivare mia nonna, preoccupata per l’azione del falco o della volpe. Quasi sempre me la cavavo con una brontolata non troppo convinta, nonna era già contenta che fossi stato io a provocare lo starnazzìo.
Dicevo della panca che nonno usava per affilare la falce. Per affilare la falce nonno usava un punteruolo di ferro con la testa piatta piantato nel terreno. Ci appoggiava sopra la falce e la batteva sapientemente con il martello in modo da affinare il metallo. Poi la passava con la pietra bagnata e diventava come un rasoio.

Mi ricordo ancora perfettamente quando veniva tagliato il grano con la falciatrice trainata dai buoi, prima che fosse utilizzata la mietilega tirata dal trattore. Il grano tagliato veniva diviso in fasci, chiamati “manne”, da mio zio che sedeva sulla falciatrice e teneva in mano un attrezzo di legno con il quale appunto separava le manne. Dietro alla falciatrice mio nonno con mia nonna e spesso anche mia madre e mia zia legavano le manne con alcuni steli di grano. Quando poi invece prese il sopravvento la mietilega trainata dal trattore questa tagliava il grano, separava le manne e le legava, tutto in automatico. Era un’automazione incredibile per un bambino. Mi ricordo bene che, sia la falciatrice trainata dai buoi che il trattore con la mietilega affrontavano i campi dall’esterno girandogli intorno, alla fine rimaneva solo un piccolo appezzamento al centro e io andavo in fibrillazione aspettando di vedere quali animali sarebbero fuggiti prima che fosse falciato l’ultimo pezzetto. Quasi sempre la lepre e una covata di fagiani era costretta a fuggire allo scoperto e io contentissimo di vederli iniziavo ad urlare perché anche mio zio e i miei nonni vedessero gli animali. A loro in realtà non importava un gran che perché nessuno di loro andava a caccia, ma mi assecondavano volentieri. Le manne di grano venivano poi raggruppate in “mucchie”, o “barche” a seconda del dialetto della zona, venivano posizionate in cerchio con le spighe rivolte verso l’interno e leggermente verso l’alto, in modo che eventuali piogge non rovinassero il prezioso prodotto. Per radunare le manne lavoravano spesso dopo cena e nelle notti di luna piena fino a notte fonda, salvo poi alle quattro del mattino dopo essere nuovamente in piedi. Finito di segare tutto il grano, le manne venivano caricate sui carri fino al limite delle leggi sulla fisica e poi portate a casa dove veniva fatta una grande massa, costruita sempre in modo che la pioggia non rovinasse il raccolto.

L’emozione più grande era quando arrivava la trebbia. Era una macchina che mi affascinava. Quando sapevo che doveva arrivare mi alzavo prestissimo per vederla.
Quell’enorme ammasso rosso di ingranaggi, di pulegge, di vagli mi lasciava letteralmente a bocca aperta. Quando poi iniziava la trebbiatura con la messa in moto del trattore che trasmetteva il movimento alla macchina tramite una puleggia e una lunga cinghia, non riuscivo a staccarmi dalla macchina. Dai poderi vicini arrivavano gli altri contadini ad aiutare e diventava una festa. Ero sempre nel mezzo al polverone che si sollevava dalla macchina in movimento. Portavo da bere a coloro che lavoravano, salendo anche sulla massa delle manne con il fiasco del vino e un unico bicchiere che serviva per tutti. Dalla massa alcuni contadini con il forcone prendevano le manne e le mettevano su un nastro trasportatore che le portava all’interno della trebbia. Da una parte della trebbia usciva la paglia che cadeva in un’altra macchina che la riduceva in presse a forma di parallelebipedo che venivano prese da altri lavoratori e ammassate nel pagliaio. Vicino alla bocca da dove usciva la paglia c’era un’altra bocca da dove usciva la “lolla”, costituita dai piccoli gusci in cui sono racchiusi i chicchi di grano. Io mi divertivo a fare i salti nel monte della lolla, riempiendomi fin dentro le mutande di fastidiosissimi pezzettini che bucavano come aghi, ma era troppo divertente e niente poteva trattenermi.
Dalla parte opposta della trebbia usciva il grano che veniva raccolto in balle e portato a spalla nel granaio.
Mia nonna, mia madre e mia zia non si vedevano mai, erano impegnate in cucina a preparare il pranzo che non poteva certo far fare brutta figura in presenza del vicinato.
Così per quel giorno venivano ammazzati i loci (oche) più belli e mi ricordo ancora lo splendido sapore delle tagliatelle fatte in casa con il sugo di locio e del locio in umido con le erbe di campo. A pranzo ci sedevamo tutti al grande tavolo del soggiorno, utilizzato quasi solo in quella occasione. Tutti erano allegri scherzavano e ridevano dimenticando il caldo e la fatica.
Quando tutto finiva e la trebbia partiva trascinata verso un altro podere inevitabilmente venivo preso dalla tristezza, ma in quanto bimbo mi passava molto velocemente. Mentre mamma mi infilava in una tinozza piena di acqua per lavarmi via tutta la lolla e la polvere che mi era rimasta addosso.

Quando si arrivava a settembre mio zio, che non andava a caccia ma che teneva un tronchetto cal. 16 ad una canna per difesa (mai c’era stata l’occasione di usarlo per tale scopo), per farmi contento si metteva a sparare ai passeri nel cipresso di fronte alla finestra di camera sua. Stavamo fermi a sedere davanti alla finestra e quando un passero si infilava nel cipresso zio sparava, ma considerando che il cipresso è molto fitto e anche il fatto che probabilmente non aveva una grande mira, quando arrivavo sotto il cipresso trovavo quasi sempre solo qualche coccola e un po’ di foglie.
Una volta mi presi una bella paura, erano tutti a lavorare nei campi, così entrai in camera di zio, aprii la finestra e verificato che nel cipresso c’era qualche uccello presi il fucile e lo caricai. Non so come, ma appena lo chiusi partì la fucilata. Per pura fortuna centrai la finestra aperta. Così tutto tremante rimisi tutto a posto e me ne andai a giro per le campagne, con il terrore che qualcuno avesse sentito la fucilata. Quando tornai a casa nessuno mi chiese niente e mi tranquillizzai. Solo dopo qualche anno quando ero ben più grande mio zio, sorprendendomi, mi parlò della cosa. Si era accorto di tutto, ma mi voleva troppo bene e non aveva detto niente.
E’ certo che non toccai più un fucile se non in presenza di babbo o di zio.

Autore del racconto
Vivailpelo
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Scrivere una guida venatoria sulla piccola migratoria per me è un sogno, si perché fin da bambino mi ha appassionato questa caccia.
Vorrei illustrare l’attività venatoria ai tordi bottacci e alle allodole.

La caccia al passo, ai tordi bottacci e alle allodole molte volte è più difficile di quanto possa sembrare. Iniziamo col parlare dell’appostamento per cacciare il tordo bottaccio:
Per prima cosa non si può improvvisare nulla, ma bisogna prepare il nostro posto di caccia già alcuni mesi prima, valutando la postazione migliore e cercare di prevedere da che parte il selvatico può arrivare, quindi bisogna sapere al millesimo dove si collocano i punti cardinali nella zona da noi scelta e quindi valutare la traiettoria di arrivo dei tordi. Dopodiché, il cacciatore ha secondo me l’obbligo di ripulire, da quelle che possono essere considerate vere e proprie forme di inquinamento, come cartacce e plastica, lasciate lì da gente incivile, questo sia per salvaguardare l’ambiente e sia per far trovare al selvatico un posto accoglientissimo. Successivamente l’appassionato venatorio dovrà recarsi periodicamente sul posto prescelto, vedendo che la natura sia perfettamente intatta e se serve fare dei piccoli ritocchi alle sue idee; ma arriviamo ai giorni di passo. Il cacciatore, arrivato sul posto curato e in perfette condizioni, se non c’è un riparo naturale, che sarebbe l’ideale per un ottimo mimetismo, si costruisce un capanno con prodotti artificiali, ad esempio tende mimetiche o teli mimetici perfezionando il tutto con innesti naturali, ad esempio scarti di potatura portati da casa, tutto a quindici, venti metri da piante, dove si poseranno i tordi . Poi bisogna passare a caratteri più soggettivi a discrezione del cacciatore, cioè del posizionamento dei richiami vivi a chi ha la fortuna e la pazienza di averli o alla scelta del fischietto, del chioccolo e del zicchio a chi non possiede richiami vivi. In queste scelte l’occhio dell’appassionato venatorio è fondamentale, tutto ciò naturalmente matura con l’esperienza, il posizionamento dei richiami vivi generalmente viene effettuato per far entrare al meglio il tordo bottaccio, quindi verso la traiettoria di arrivo. Diverso è il discorso per i richiami manuali, qui gioca molto il fattore di fiducia psicologico verso il richiamo, i più usati sono il fischietto che si posiziona tra labbra e denti, quindi aspirando con dei movimenti di lingua emettere delle note che si migliorano con tantissimo allenamento, diverso invece è il discorso per lo zicchio, io ho trovato molto attrattivo quello in legno con la paletta, sempre in legno a scatto nella parte superiore, quello che comunemente viene chiamato zicchio pugliese. Infine solo infine, vine l’azione di caccia, con la scelta delle cartucce che varia dal clima e anche questa dalla soggettività del cacciatore.
Da metà novembre la caccia al tordo bottaccio cambia, passa da quella all’appostamento a quella che possiamo chiamare attività venatoria ai “tordi in girata” che mi appresto ad illustrarvi. Innanzitutto tutte e due le forme venatorie necessitano di una conoscenza totale del territorio, la prima quella statica da appostamento per le pratiche appena descritte e questa per i motivi che vi indicherò :
La caccia ai “tordi in girata” si fa generalmente in due, ma si può benissimo fare anche da soli, questo per coloro che amano cacciare in solitaria. Si arriva generalmente ai confini di un bosco o dove il selvatico ha i suoi posti preferiti per mangiare (ecco perché dicevo che bisogna conoscere totalmente il territorio), decidendo i vari spot da perlustrare, naturalmente con chioccolo o fischietto e zicchio sempre con noi, senza dimenticarci che nelle due forme di caccia è sempre consigliato l’ausilio del nostro amico più fedele a quattro zampe,detto ciò naturalmente cominciamo a camminare, sostando dove sentiamo cantare i piccoli migratori e utilizzare quindi i nostri richiami, per poi riprendere la camminata. Insomma queste sono due linee generali per altrettante forme di caccia, dove possiamo immergerci in delle giornate fantastiche e dove tutte le tecniche si sviluppano e si imparano nel praticare.
Passiamo ad una caccia affascinante e spesso reputata facile (ma non lo è), teatro di molte giornate soddisfacenti. La caccia al passo dell’allodola, come dicevo prima, spesso è considerata come una delle cacce più facili ma non è assolutamente così, per esercitarla c’è bisogno di vari accorgimenti che spesso, anzi sempre fanno la differenza. Per esercitare questa attività venatoria è necessario dotarsi di diverse attrezzature, come stampi, stampi con ali rotanti, i famosi specchi per le allodole, fischietto e per chi li possiede i richiami vivi, ma passiamo agli atti pratici:
L’esercizio di questa caccia si effettua in campi aperti, con erba “rasoterra” o campi arati, per la capacità di questo piccolo selvatico ad “atterrare” per mangiare. Come il passo dei tordi, bisogna recarsi sul posto mesi prima per valutare la traiettoria, sapendo i punti cardinali del posto, dove spesso ci si posiziona difronte all’arrivo della migratoria. Anche qui bisogna tenere conto di mantenere inalterato il buon corso della natura, valutando gli stessi accorgimenti per l’appostamento dei tordi, per “accogliere” al massimo le allodole, l’unica differenza che per i tordi ci si posiziona vicino a delle piante per farli posare, mentre le allodole si aspettano in campo aperto. Valutata la traiettoria, si arriva al giorno della caccia, posizionato il capanno, qui generalmente costruito con materiali artificiali, tende o teli mimetici, si posizionano, come dicevo prima difronte rispetto alla traiettoria di aspetto, a quindici venti metri dal capanno, gli stampi o i richiami vivi che spesso hanno un forte potere attrattivo insieme all’immancabile per me fischietto. Può capitare che le allodole si posino, senza che prima siano state a tiro, qui insieme, opinione personale, all’immancabile aiuto del nostro ausiliario a quattro zampe, si vanno a “battere” facendole alzare in volo. Quindi, per questa attività venatoria c’è bisogno di un’ottima tenda o telo mimetico, in quanto svolgendosi in campo aperto la mimetizzazione deve essere massima, poi un ruolo importantissimo lo hanno gli stampi i vetrini e i richiami vivi, con una dose di qualità che deve avere il cacciatore con il mai finito fischietto. Queste spiegazioni le ho provate sul campo, praticando questi due tipi di caccia e immergendomici a 360 gradi. Spero, che i consigli da me dati servano a quanti vogliano cimentarsi con questi tipi di attività venatoria. Non dimenticate mai, che tutto si perfeziona con l’esperienza.

 

 

Vittorio Venditti

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Giuseppe era nato Povero & Cacciatore .…..sicuramente il destino, la genetica o forse lo stesso buon Dio avevano messo a dimora quel seme, quella passione ,che col tempo s’era sempre piu’ radicato in Lui fino a diventarne parte essenziale ! Erano lontani ormai gli anni della guerra quando la Caccia e la Pesca erano assolutamente necessarie per Lui affinche’ riuscisse a mettere insieme la sola cena, perche’ solo quella ci si poteva permettere, dato che il destino l’aveva lasciato solo ad accudire sei figlie femmine, la piu’ grande d’appena 13 anni e via a seguire tutte le altre….e proprio nel mettere al mondo l’ultima che la sua amata moglie Giovanna era purtroppo venuta a mancare. Fu’ forse il periodo piu’ buio per il povero Giuseppe che penso’ d’esser stato veramente beffato dal destino, che l’aveva lasciato solo in tali condizioni.

Ma questo era il passato, ora le piccole non senza penare eran cresciute, diventate grandi ormai, ognuna aveva trovato la sua strada, Giuseppe era rimasto solo nella grande casa, gia’ da tanto tempo non era piu’ necessario calare le reti o aspettare il passo primaverile per far incetta di quella manna che veniva dall’Africa sotto forma di piccole saette alate che arrivavano basse sulla sua amata spiaggia.
Non ricordava quando era stata l’ultima volta che la cucina aveva riecheggiato del vociare delle Figlie intente al tavolo con la selvaggina o il pescato da preparare . Tante cose eran cambiate, per fortuna in meglio, ora al paese era arrivato il benessere…. eran diventati una rinomata localita’ turistica… veniva gente da ogni parte del mondo….i soldi giravano.

Da imbianchino s’era reinventato imprenditore del bisogno di vacanza degli altri, non il suo che non s’era mai mosso da quel lembo di costa e nemmeno piu’ mai sposato, quando poteva portava un fiore all’amata Giovanna che da troppo tempo ormai se n’era andata. E gia’…tanti anni eran trascorsi per il buon Giuseppe…alla soglia dei ’70, aveva visto quasi tutte le figlie sposarsi e realizzarsi nel commercio , Lui le aveva sempre amate, seguite e aiutate quando doveva. Come tutti i Padri aveva una preferita, Lucia…l’ultimogenita,che era rimasta con lui aiutandolo nell’attivita’ turistica e nelle faccende domestiche. Non s’era infatti ancora sposata Lucia e questo preoccupava il buon Giuseppe che desiderava ovviamente tutto il bene per la Figlia. Accadde finalmente un giorno che la ragazza ormai quasi trentenne tornasse da una gita nella grande citta’ con il cuore in subbuglio : aveva conosciuto un uomo….e sembrava innamorata.

A Giuseppe parve una buona cosa…ma allo stesso tempo nutriva qualche dubbio su’ costui !?! Chi era…non era del paese…dunque un forestiero…avrebbe amato Lucia come lui ancor amava Giovanna? Come si conveniva ai tempi ci fu’ un pranzo di conoscenza e a Giuseppe sembro’ di riconoscere un qualcosa in quell’uomo venuto dalla citta’…ma non capiva ancora cosa fosse. Lo capi’ conoscendolo pian piano… era infatti il suo stesso essere ..ovvero Cacciatore. E gia’…costui che aveva preso il cuore delle figlia era un appassionato di Diana…come lui. Ora il buon Giuseppe nella sua passione era sempre stato un solitario, vuoi per necessita’nel momento del bisogno,vuoi perche’ nel paese arroccato sulla scogliera non eran molti a praticare l’arte venatoria e ben si guardavano di condividerla giungendo infine ad una pace armata su’ i pochi punti dove questa si poteva praticare. Per ironia del destino nessuno dei vari generi nutriva interesse per la caccia…men che meno i rari nipoti maschi….cosi’ che con gli anni la passione s’era un po’ affievolita’,andava ovviamente alle terrazze sulla scogliera per aspettare sempre le tortore e alla cala del Saraceno per le quaglie a primavera…ma non doveva piu’ sfamare bocche se non la sua e s’accontentava di qualche capo magari per l’occasione di qualche raro pranzo che preparava volentieri se capitava una delle figlie con famiglia al seguito.

Accadde pero’ che Quinto, questo era il nome del futuro ennesimo genero risveglio’ in Lui l’atavica’ passione…forse perche’ in lui vedeva quel figlio maschio mai avuto,forse perche’ anche la famiglia di costui ne’ aveva viste tante durante la guerra…..chissa’. Cosi’ quando veniva al paese a trovare la sua bella…se era periodo di caccia …Quinto si ritrovava fianco a fianco sulla scogliera con Giuseppe aspettando le frecce alate che risalivano dal mare sospinte dalle brezze di primavera o vicini nella barca a pesca d’estate….come se fosse stato sempre cosi’. Ci fu’ poi un giorno che Lucia spicco’ il volo verso la citta’ e Giuseppe rimase solo… aveva si le altre figlie…ma non era la stessa cosa. Non lo era nemmeno a caccia…..andava come poteva per vedere se il buon vecchio cal.16 faceva sempre il suo dovere…ma ora gli sembrava fin troppo grande il mare che vedeva da quel costone. S’illuminava pero’ quando i novelli sposi lo venivano a trovare sobbarcandosi ore d’auto dalla citta’ e non gli pareva vero poter organizzare una qualche cacciata col genero.

Furono cmq anni sereni per Giuseppe,tutto andava per il meglio, vedeva crescere i nipoti,nel suo sodalizio venatorio con quel genero di citta’ ma d’origini contadine, aveva ritovato la passione mai sopita,anche cimentandosi in qualche sortita fuori dal suo regno,addirittura un paio di volte era andato a trovarli in citta’,lui che guidava solo ed esclusivamente un Ape Piaggio,si fece ore di treno per raggiungerli e s’entusiasmo’ come un bambino quando ci fu’occasione di cacciare le starne con Quinto nel viterbese…..lui che non le aveva mai viste….ne aveva mai cacciato con i pointer.

Passando gli anni tutto cambiava…purtroppo anche le leggi : non si potevano piu’ aspettare le amate tortore sul finire d’Aprile su’ le terrazze della scogliera….men che mai le gustose quaglie sul filo del mare. Rimanevano i tordi d’ottobre che seppur desiderabili non suscitavano in Giuseppe..ne’ in Quinto, la passione delle cacce primaverili…le aveva praticate per passione da ragazzo,per fame da Padre, ora non piu’ per legge…ma in fondo a chi serviva piu’ quel ben di Dio?!? A lui no di certo…era vecchio ormai. Lucia e Quinto venivano sempre….anche se con meno frequenza,per lo piu’ d’estate…per far fare il mare ai bambini…e si,avevano avuto 3 bei maschietti! E Giuseppe da bravo nonno li scorrazzava con l’Ape o li portava in barca a fargli conoscere l’ebrezza della pesca in mare. Ma l’eta’ non fa’ sconti e Giuseppe sentiva che l’epilogo della sua dura esistenza stava per giungere…ormai non cacciava piu’ e la sua barca giaceva in secca gia’da mesi. Accadde proprio d’Aprile…..ci fu’ una telefonata, Lucia e Quinto si precipitarono..ma non fecero in tempo a salutarlo per l’ultima volta. Gli fu’ detto che s’era voluto far accompagnare due giorni prima alla sua “pezza”…quel terreno sulla scogliera dove cacciava…ed era felice perche’ era riuscito a vedere le prime tortore entrare. Per Quinto sul tavolo della cucina c’era il suo cal.16 “incartato” in un quotidiano e un biglietto : “Questo e’ per il tuo 1° Figlio… sara’ sicuramente un Cacciatore ,quando crescera’ digli che era di suo Nonno Peppe…t’ho amato come fossi figlio mio”.

Dedicato a mio Nonno Giuseppe

Achille.

Autore del racconto
Achille Pieretti
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“Ti rcordi Elena?” La voce di Marco era appena udibile pr via della pioggia che scrosciava sul tetto del capanno. Era ancora quasi buio, l’ora che porta ricordi di altri tempi, di gente e giorni ormai svaniti nelle nebbie del passato. Gli stampi ballonzolavano sulle acque increspate della laguna, ma soltanto alcuni gabbiani si intravedevano appena mentre sfioravano l’acqua grigia sotto un cielo plumbeo, lamentandosi come anime dannate.

“Come no?” risose Giorgio. “Mi ricordo la prima volta che la portasti a casa mia. Era il mio diciottesimo compleanno. Mi venne un’invidia tale a vederti con lei. Sembrava una supermodella.”

“Eh, si’. E tu non eri l’unico ad invidiarmi… L’ho rivsta l’altro ieri, sai?”

“Ma no, dai! Dove?

“A casa di suo fratello. Ero andato a Genova per l’inaugurazione di una mia mostra. Antonio lesse sul giornale che sarei stato presente, e venne al ricevimento. Siamo sempre rimasti amici , anche se non ci sentiamo o scriviamo quasi mai. Mi invito’ a cena a casa sua, e mi disse che anche Elena sarebbe venuta, con suo marito.”

“Vittorio, no?”

“Si’, Vittorio… il Vittorioso.”

“Certo che non fu un momento piacevole.”

“Si’, pensavo che non mi sarei mai ripreso dalla batosta.”

“Ma tua moglie sa niente di Elena?”

“Si’, lo sa. Ma non e’ che ne parliamo mai. Non credo che sappia quanto Elena sia stata importante , o forse ha sempre pensato che se non se ne fosse parlato mai io me ne sarei prima o poi dimenticato. Maria non l’ha mai incontrata, e io ho bruciato tutte le fotografie. Non s’e’ mai resa conto–o almeno ha sempre fatto finta di non rendersi conto–che la donna che appare in tanti dei miei dipinti e’ Elena. Elena di tanti anni fa.”

Scout, seduta sulla panca fra Marco e Giorgio, uggiolo’. Sei o sette folaghe ammararono goffamente vicino agli stampi, strombettando. Ma i due cacciatori le guardarono appena.

“Dai, Marco, che i tempi belli sono venuti dopo Elena.”

“Non lo nego, Giorgio. Io amo Maria. L’ho sempre amata, anche se non quanto avrei dovuto o potuto. Mi ha dato due figlie meravigliose. Ma Elena era molto di piu’ del primo vero amore. Elena era la gioventu’ che se ne e’ andata. Era sempre stata per me come il simbolo delle speranze, dei sogni, delle illusioni di una volta…”

“Zitto, Marco. Uccelli bianchi. Verso la foce,” lo interruppe bruscamente Giorgio. Una punta di uccelli grossi, germani o fischioni, filava veloce a pelo d’acqua, dirigendosi verso gli stampi. Uccelli nuovi, creduloni. Erano fischioni. Girarono sugli stampi una volta sola, per ammarare controvento. Appena abbassarono le zampe Marco e Giorgio si alzarono in piedi. Una scarica breve, serrata, ne abbatte’ quattro. Un altro allungo’, ma cadde in acqua appena fuori tiro. I due uccelli superstiti guadagnarono quota disperatamente e quasi immediatamente sparirono alla vista nella bruma. Le folaghe corsero freneticamente sull’acqua e spiccarono il volo altrettanto goffamente di come erano ammarate.
Scout si tuffo’ in acqua e ignorando gli uccelli che galleggiavano inerti si diresse velocemente verso il fischione ferito.. Lo riporto’ ancora vivo e Marco dovette finirlo–un dovere che trovava sempre spiacevole. Poi, uno alla volta, Scout riporto’ gli altri uccelli, si sgrullo’ ben fuori dal capanno e ritorno’ a sedersi fra i due cacciatori.

Marco tacque per parecchio tempo, forse rivivendo nella sua mente le immagini recenti dei fischioni che si abbassavano sugli stampi e che capitombolavano in acqua e dei riporti impeccabili della vecchia Scout–o forse ritornando ad immagini di tanto tempo fa.
“I tempi belli,” Marco finalmente riprese a parlare mentre Giorgio sorseggiava una tazza di caffe’, “sono quelli che ancora non sono nati.”

“Che vuoi dire?”

“Voglio dire che i tempi belli arrivano quando ripulisci il ripostiglio della roba vecchia e fai spazio per quella nuova. Se non fai cosi’, quando arriva non te ne accorgi , e la lasci fuori, e viene sprecata.”

“Non ti capisco, Marco. Non fare troppo il profondo con me. Sono un misero insegnante di matematica. Numeri. Radici quadrate. Fatti. Roba solida, roba reale. Mica le seghe mentali che voi artisti vi fate ogni momento!”

Marco sorrise. “Lo so che tu sei un testone ignorante. Lasciami spiegare meglio cosi’ forse capirai anche tu. In tutti questi anni che sono passati da quando Elena mi lascio’ per mettersi con Vittorio io non ho fatto che pensare a come sarebbe stata la mia vita con Elena. Me la sognavo spesso, e ogni volta che pensavo a lei mi veniva in mente la canzone di Battisti: ‘Mi ritorni in mente, bella come sei, forse ancor di piu’…” e mi veniva il magone, e lasciavo che il ricordo di Elena rubasse a Maria cio’ a cui aveva pieno diritto, tutto il mio amore, tutta la mia fedelta’. Lo sai che a una donna che ti ama veramente, senza limiti, senza condizioni, le corna le puoi fare anche con un ricordo? Lo sai che quando pensi a come sarebbe potuta essere la tua vita con una donna del passato tu neghi parte del tuo amore anche a cio’ che ti ha dato la donna del presente? E’ come se mettendo su un piatto della bilancia un fantasma e sull’altro tua moglie e due figlie, il fantasma avesse piu’ peso. Soltanto adesso, dopo aver rivisto Elena, mi sono reso conto di quanto pesino poco i fantasmi. Ma aspetta un momento. La seconda puntata di questa telenovela verra’ trasmessa dopo una breve interruzione dovuta ad un germano che ne’ tu’ ne’ io, ne’ Scout avevamo visto.”

Il germano, arrivato forse a nuoto, era al lato estremo degli stampi, e si era gia’ addormentato col capino sotto l’ala, assicurato dalla presenza tranquilla dei suoi fratelli di plastica dipinta. Marco e Giorgio si alzaron in piedi, e Giorgio busso’ forte sulla parete del capanno per svegliare l’uccello addormentato. Destato dal rumore, il germano si guardo’ intorno, confuso, indeciso. “Scio’! Vola! Va’ via!” gli gridarono i due cacciatori, ma l’uccello, sebbene nuotasse nervosamente in circolo non si decideva a partire. Poi, improvvisamente, spicco’ dritto in aria in una cascata di goccioline d’acqua, prendendo poi il vento di coda , e allontanandosi a razzo. Sei spari furiosi riempirono la valle di tuoni profondi, ma il germano prosegui’ illeso, sparendo rapidamente alla vista. I due amici si guardarono in faccia e scoppiarono a ridere. Scout invece era visibilmente delusa non riuscendo a capire come tante schioppettate non avessero lasciato in acqua qualcosa da ghermire e riportare orgogliosamente al padrone.

“Allora? Questa seconda puntata?”

“Molto meno interessante della prima, ti assicuro. Quando arrivai a casa di Antonio non ti nascondo che ero veramente preoccupato. Avevo paura che Elena mi guardasse e si accorgesse subito dei miei capelli grigi, della mia pancetta da sedentario, delle mie rughe. Chissa’, forse nel retrobottega della mia mente ancora c’era una vecchia scatola di speranza, non so. So che quando Gabriella, la moglie di Antonio, apri’ la porta per lasciarmi entrare il cuore mi palpitava come al primo appuntamento con Elena. Poi quando entrai in salotto, dove c’erano gia’ parecchi invitati, una donna sconosciuta mi venne incontro, mi sorrise e mi abbraccio’. Era molto grassa, aveva un paio di occhiali dalle lenti spesse , e soltanto quando ne sentii la voce mi resi conto che si trattava di Elena. Una vera delusioe, credimi.”

“Be’ il tempo e’ passato anche per te, per me… e anche per Maria, permettimi di dirlo. Non siamo piu’ giovincelli, no?”

“No, guarda che mi fraintendi. Non e’ il fatto che fosse grassa. Certo che non mi aspettavo che Elena sembrasse ancora una supermodella, dopo tanti anni. Cio’ che non mi aspettavo proprio e’ che non l’avrei riconosciuta immediatamente. Te ne rendi conto? Questa era la donna il cui ricordo aveva derubato di cosi’ tanto me e Maria e le mie figlie, e se ci fossimo incontrati per caso, per strada, senza parlarci, io di certo non l’avrei riconosciuta e forse lei stessa non avrebbe riconosciuto me. E poi non e’ tutto. Quando ci sedemmo a tavola mi resi conto, forse per la prima volta, di quanto Elena sia superficiale, quasi volgare. Non parlava che di sciocchezze inutili, punteggiando le sue parole con una risatina isterica, stridula, che forse avevo dimenticato di proposito ma che adesso mi ritornava in mente… brutta ancor di piu’. La sua bellezza fisica mi aveva accecato al punto di non lasciarmi vedere le cose essenziali. Se Maria dovesse perdere denti e capelli e pesare due quintali, sarebbe sempre Maria, capace di parlare di musica e letteratura, arte e politica. Io l’amerei lo stesso, lo so. E lei mi amerebbe lo stesso se io fossi un rottame inutile a tutti gli altri.
Adesso capisci? Capisci perche’ ho detto che i tempi belli sono quelli che non sono ancora nati? La roba vecchia finalmente e’ stata tirata fuori dal ripostiglio e gettata via, e adesso c’e’ molto piu’ spazio per cio’ che avrei dovuto conservare da quando ho incontrato Maria. Sono ancora in tempo, grazie a Dio. Anna e Giulia verranno a passare le vacanze di Natale con noi. Sara’ un Natale perfetto. Poi dopo Capodanno Maria ed io andremo a farci un paio di settimane di vacanza in Messico, al caldo e al sole. Come una nuova luna di miele. Veramente nuova.”

La pioggia era cessata, ed il sole si affacciava fra le nuvole, lacerandole con un ventaglio di raggi e dipingendo la laguna, il falasco, e tutto cio’ che toccava, di colori caldi e brillanti. Marco tacque a lungo, godendosi con i suoi occhi d’artista e con il suo cuore di cacciatore cio’ che la natura gli offriva, “Giorgio,” disse finalmente al suo amico, “che ne dici, smontiamo? Cinque fischioni sono un bel carniere, ed e’ tanto che non si vede una penna. E poi non vedo l’ora di tornare a casa.”

(Nota: anche questo racconto fa parte della collezione “I Racconti dall’Osteria,” come “La Migliore Medicina”)

 

 

 

Autore del racconto
Giovanni Tallino

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Domenica 30 Ottobre 2011, letta così una data, una semplice data come mille, milioni di altre , ma non per me, per me ha significato un cesello indelebile nella tavolozza colorata e variegata dei ricordi venatori che accompagna e gratifica tutti coloro che riescono a “vedere” al di là di una semplice “fucilata” quel meraviglioso mondo di sensazioni, passione ed emozioni proprio della caccia.
La caccia al colombaccio fino a qualche decennio fa era solo ed esclusivamente peculiarità dei possessori di palco e “volantini” che nell’immaginario comune di un tempo erano grandi cacciatori specializzati, molte volte anche invidiati, veri e propri miti, uomini che avevano domato la natura e gli elementi a 20 e più metri di altezza dove potevano quasi ghermire con le mani l’azzurro padrone dei cieli.

Negli ultimi anni la passione per la caccia ai colombacci, alla quale avevamo cominciato ad avvicinarci “così tanto per cambiare” aveva fatto breccia nella “profonda passione” mia e di mio figlio Nicola, coinvolgendoci a tal punto da cominciare ad attrezzarci e organizzarci per poterla praticare al campo nelle gelide giornate tardo-autunnali ed invernali in quel di Pavia, dove dopo varie ricerche e veri e propri “accurati studi di settore” vuoi per l’ambiente vuoi per le colture e la gestione agricola del territorio e dopo aver frequentato ed esserci confrontati con altri amanti di tale cacce in loco , e soprattutto per la buona presenza dei selvatici stanziali risultata dai sopralluoghi effettuati sul campo nei periodi a noi congeniali, avevamo deciso di cominciare a cimentarci nella nuova avventura venatoria.

La domenica di norma, visto gli impegni di lavoro, è la giornata da noi dedicata , il che non fa però assolutamente degli altri giorni della settimana momenti vuoti nei quali ci dimentichiamo di “Diana” anzi, i preparativi, l’organizzazione delle uscite, la cura delle attrezzature, dei volantini, dei cimbelli, dei cani, le cartucce, in che campo fare il capanno e calare gli stampi, le girelle , se meglio sotto i pioppi o le querce……….insomma nulla si lascia al caso tutto studiato in maniera quasi maniacale e tutti i giorni della settimana ti coinvolgono totalmente per raggiungere il miglior risultato e la migliore soddisfazione.

Domenica 30 ottobre 2011 dopo una settimana “tipo” di preparativi, si parte alle ore 4,00 da Massa alla volta di Pavia, atc 2. La mitica Lada Niva stracarica di attrezzature sbuffa nell’aia quando raggiungo mio figlio che aveva appena fatto accomodare i nostri cocker Dream e Pako nella loro cassetta nel portabagagli, mi sistemo di fianco a Nick e si parte. Durante il tragitto i soliti pronostici, le fantasie, le realtà, il più e il meno quotidiano e qualche personale silenzio ci aiutano a far passare le due ore e più di viaggio che comunque ci caricano di mille aspettative e speranze.

IL TUTTO viene meno e i pronostici si sconvolgono quando arriviamo al casello di Casalpusterlengo……nebbia fitta, aiutatemi a dire… nebbia fitta. Tra peripezie varie raggiungiamo il sito di caccia, quasi per inerzia, con gesti spontanei del volante sembrava che la macchina conoscesse la strada ormai percorsa decine di volte nelle uscite precedenti. Si scende, in silenzio ossequioso si resta per qualche minuto ad osservare praticamente un muro grigio dal quale trasparivano solamente figure quasi spettrali, di alberi scheletrici posti in lunghi filari simili a giganti con le braccia rivolte verso un cielo lontano a loro precluso. Soltanto il verso di qualche cornacchia che incurante della nebbia si spostava da un albero all’altro gracchiando.

Dopo un breve consulto decidiamo gioco forza, di cambiare programma, nell’attesa avevamo sentito qualche tordo zirlare e qualche merlo chioccare dentro le siepi di bacche ed uva selvatica che sono sotto i filari degli alberi che attraversano i campi ormai privati del loro raccolto. Fortunatamente avevamo sempre con noi cartucce con piombo 10-11 memori di una eccezionale mattinata di novembre di alcuni anni prima che mentre eravamo pronti per cimentarci ai colombacci ci coinvolse in una delle più importati migrazioni di allodole che io ricordi a mia memoria.

Riempite le cartucciere, caricati i fucili, sciolti i cani attacchiamo il primo filare di alberi, io da un lato e Nicky dall’altro. I cani entrano nel filare e subito un merlo urla tutto il suo disappunto e s’invola lontano tra le nebbie, la visuale è corta e confusa, un tordo…..zip.zip…sparo verso la sagoma intravista giusto il tempo d’imbracciare, Dream ritorna confermando la bontà del mio tiro, mi consegna il tordo e riparte, anche Nicky spara, una, due volte, non vedo di la dal filare ma capisco che i cani gli hanno riportato qualcosa…..dice “tordo”.

Proseguiamo così passo passo la visibilità limitata ma tutto si svolge in sicurezza, all’improvviso un colombaccio s’invola da un pioppo le cui cime erano ancora avvolte dalla nebbia, Nicky spara, sento il selvatico che cade al suolo provocando il classico colpo sordo che tanto ammalia. Alla fine del primo filare abbiamo raccolto quattro tordi ed un colombaccio, i merli astuti e smaliziati ci hanno lasciato solo il loro chioccare potente e beffardo. Raggiungo Nicky e tirate le somme a quel punto mi ricordo che avanti a noi un centinaio di metri il filare si interseca con un canale da dove la passata stagione, per sparare ad un tordo avevamo involato alcuni germani. Decidiamo così di accostare silenziosi nella speranza di sorprendere un simpatico palmipede intendo a riposarsi sulle sponde del canale coperte di cannucce e rovi. I cocker addestrati all’occorenza a seguirci senza sopravanzare seguono mio figlio due passi indietro, io distanziato di fianco una cinquantina di metri, diamo inizio all’accostamento. Scorgevo a malapena le sagome di Nicola e i cani che si avvicinavano sempre più al canale. Quasi in sintonia ci affacciamo e io avverto un colpo di fucile, poi subito un altro e Nicky che grida qualcosa al mio indirizzo, attendo un attimo ma niente. Sento di nuovo la voce di Nicola che mi invita a raggiungerlo, arrivo mi informa che Dream è nel canale a recuperare un germano e che un altro colpito è caduto nel boschetto vicino e lui corre con Pako a vedere di recuperarlo.

Mi affaccio ma la vegetazione mi nasconde il cane alla visuale, sento solo lo sciacquettio delle zampe nell’acqua , di li a poco però ecco comparire Dream con un germano in bocca, me lo consegna e dopo la scrollatina di rito corriamo anche noi verso il boschetto all’indirizzo di mio figlio e l’altro cane che cercano il germano ferito nel bosco, li raggiungiamo, i cani cercano l’animale ma niente sembra scomparso. All’improvviso Pako scova una minilepre e si mette all’inseguimento e sparisce dalla vista nella nebbia , nello stesso momento anche Dream entra in traccia e seguito da mio figlio scavalcano l’argine e anche loro spariscono alla mia vista, sento uno sparo e intuisco che l’azione di caccia è andata a buon fine e che hanno catturato la preda, compare il cane ma anzi che il germano ha in bocca un meraviglioso fagiano maschio con i meravigliosi e prorompenti colori del loro piumaggio migliore, rientra anche Pako forse richiamato dallo sparo o forse solo perchè la mini lo ha gabbato nei meandri del bosco e delle spine. Tutti e 4 ci rimettiamo a cercare, non si sa mai. Ad un certo punto io mio figlio e Pako ci siamo fermati quasi contemporaneamente e nel silenzio ci rendiamo conto che Dream non è con noi, si sente lontano solo il crepitio delle foglio calpestate nel bosco ingigantito dalla scarsità di visuale e dalla nebbia ,dopo alcuni ma interminabili secondi Dream esce dal bosco col germano in bocca, l’animale ferito ha il collo allungato, il cane agita la coda in modo convulso ed eccitato.

Stendiamo in terra il fagiano e i germani, i cani si sdraiano vicino con le lingue penzolanti , mio figlio mi si affianca e mi passa un braccio intorno al collo con un respiro profondo, in quell’istante come vivessi una esperienza extracorporea ho visto l’immagine…..”dal di fuori”, mio figlio, i miei cani, le prede sudate……quel dono che la vita ti fa una tantum….ed io che dal profondo dell’anima ringraziavo il cielo per avermi concesso il privilegio di vivere quei momenti che mi accompagneranno per tutta la vita………………in bocca al cocker!!!!!!!!!!!!!!!

 

Autore del racconto: Riccà – [email protected]

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