Il Gallo forcello

19 Aprile 2022

                                            

 

 

         

SCHEDA

Nome scientifico: Tetrao tetrix; ma anche Lyrurus tetrix

Dati biometrici

Lunghezza: M 60-65 cm, F 41-43 cm

Apertura alare: M 84 cm, F 75 cm

Peso: M 1100-1150 g., F 750-1000 g.

Il nome tetrao deriva dal greco, e significa “che schiamazza”, per i versi che fa nelle parate amorose; tetrix ha le stesse origini ed era il nome dato ad un uccello, mentre Lyrurus significa ”con la coda a forma di lira”.

Lo possiamo trovare dagli 800 metri fino ad oltre i 2000, ma l’ambiente prediletto è quello della fascia del limite superiore delle conifere, tra i 1500 e i 1800 metri, tra i mughi, i rododendri, i larici e gli ontani, ma ama anche il bosco di pini, abeti e larici, purché vi si trovino frequenti radure.

Le popolazioni del gallo e dei tetraonidi alpini sono soggette a fluttuazioni cicliche, con rapide riduzioni e lente riprese, ma si può affermare che la popolazione del Gallo forcello è nel complesso stabile su tutto l’arco alpino, con tendenza all’ampliamento dell’areale e ad una contemporanea rarefazione della densità.
 

  

Le Alpi, vissute intensamente dagli abitanti, ma anche dai numerosi escursionisti affezionati a questi angoli di natura incontaminata, durante la fresca estate o quando sono ricoperte dal candido manto invernale, hanno da sempre e per tutti il fascino discreto delle cose avvolte da un alone di magia.

La conoscenza dei segreti del bosco e del suo particolare mondo animato non è così semplice come potrebbe in un primo tempo apparire, perché non è assolutamente facile incontrare molte delle specie che ci vivono. Le più interessanti  abitano per lo più nella fascia altitudinale che segna il confine tra la vegetazione e le praterie d’alta quota, mentre sono meno numerose quelle che stanno a quote più elevate.

Il particolare habitat e il clima alpino, inclemente nei rigori invernali e  povero e avaro anche nella bella stagione, richiede ai suoi abitanti, tra i quali includo a pieno titolo la gente che popola le montagne, un carattere forte e una volontà decisa, associate ad una indispensabile rusticità e fierezza, che solo il popolo  della montagna sa esprimere.

Tra le specie tipiche che  regnano in questo  mondo così complesso e unico, oltre allo stambecco e al camoscio, indiscussi principi delle alte vette, meritano una particolare attenzione i tetraonidi, un gruppo di uccelli stanziali tipici delle regioni nordiche e centroeuropee: la Pernice bianca, il Gallo cedrone, il Francolino di monte e il Fagiano di monte, chiamato anche Gallo forcello.

Questo ha un piumaggio nero dai riflessi blu metallici, marcato da un evidentissimo sottocoda candido, come lo  sono anche le penne inferiori delle ali ed una macchia inconfondibile all’altezza della spalla. Osservarlo da vicino è cosa riservata ai veri esperti fotografi naturalistici, che sanno coniugare la discrezione nell’avvicinamento al rispetto dell’animale e della sua quiete, aspetti fondamentali e indispensabili perché l’approccio non rappresenti, sotto nessun profilo, un disturbo per la specie.

L’incontro con questo tetraonide, per lo più imprevisto e inatteso, lascia  spesso l’escursionista con un palmo di naso: si alza con un volo improvviso dalla bassa vegetazione, tra i mughi o gli ontani, o da un angolo del bosco, per allontanarsi velocemente, ponendo tra sé e l’osservatore occasionale una notevole distanza, per raggiungere il versante opposto della montagna  o attraversare la vallata.

Solo la sagoma allungata, le timoniere a lira e il candore della macchia del sottocoda ci aiutano ad identificarlo con certezza. Questo vale se si tratta di un maschio, poiché le femmine hanno una livrea con sfumature grigie fortemente marezzate da striature brune e scure, in un gioco cromatico decisamente mimetico.

Diversamente dalla Pernice bianca e dal Francolino, che sono monogami, il Fagiano di monte, così come il Gallo cedrone, non  formano coppie stabili, ma conducono vite separate.

Sono le femmine che si accollano tutto l’onere della cova e dell’allevamento della prole, mentre i maschi conducono vita solitaria per buona parte dell’anno.

Giunta la primavera, verso la metà di aprile, quando i monti sono ancora coperti di neve, i maschi cominciano a frequentare particolari luoghi, detti “arene di canto” o “balz”, solitamente in posizioni dominanti rispetto al territorio circostante e ben in vista, sempre gli stessi ogni anno.

È il momento degli amori e i maschi si esibiscono in eleganti parate: abbassano e fanno vibrare le ali, gonfiano le rosse caruncole che hanno sopra gli occhi, aprono la coda a ventaglio e si azzuffano, con balzi, colpi d’ala, di zampa e soffi, sfidandosi per conquistare l’arena. Le femmine sono attratte da queste esibizioni; alle prime luci dell’alba raggiungono le arene e scelgono i maschi più forti per accoppiarsi, per poi allontanarsene discretamente.

Sono i pochi momenti in cui è possibile osservarli e fare valutazioni sulla densità delle popolazioni, e per gli appassionati fotografi scattare qualche immagine indimenticabile. A metà maggio, finiti gli amori e le sfide amorose, le femmine cercano un luogo appartato, tra la bassa vegetazione e le erbe, ben nascosto sul terreno, per preparare un rustico nido, poco curato,  e deporre la covata. Le femmine sono piuttosto territoriali, e frequentano i soliti  luoghi a loro ben noti perché in grado di assicurare riparo e abbondanza di cibo per svezzare la nidiata.

Il successo riproduttivo è fortemente condizionato dal clima di fine giugno, quando nascono i piccoli. Questi, nei primi giorni di vita, sono estremamente delicati e soffrono molto degli improvvisi sbalzi di temperatura, piuttosto frequenti in questa stagione alle alte quote. Una forte grandinata e una temperatura troppo fredda per alcuni giorni può avere come conseguenza la perdita di gran parte della nidiata.

I maschi vivono l’estate nel bosco, difficili da incontrare.

La vita del gallo forcello è piuttosto spartana; è una specie piuttosto solitario, amante dell’ombra e del sottobosco dove passa la maggior parte della giornata in cerca di erbe, germogli e bacche di cui si nutre.

Solo al mattino presto, prima che i  raggi del sole giungano a riscaldare le praterie, lo possiamo trovare all’aperto, sui pascoli o sulle creste, a godersi l’alba e alla ricerca di cibo. Raggruppamenti di maschi, oltre al periodo degli amori primaverili, possono essere osservati anche al sopraggiungere dei primi freddi, verso novembre, quando non è difficile sorprenderli a gruppetti sugli alti pascoli.

È interessante notare come le strategie evolutive, con rare eccezioni, abbiano dotato le specie monogame di un piumaggio quasi per niente differenziato tra i sessi, mentre nelle specie poligame, come il Fagiano di monte, il Cedrone, ma anche lo stesso Fagiano diffuso in pianura, presentino livree molto differenziate tra i sessi, in cui spiccano per eleganza quelle dei maschi, e per ricercatezza mimetica quelle delle femmine, a cui sono affidate le cure parentali e la sopravvivenza delle nuove generazioni.

Quando nascono, i piccoli lasciano subito il nido per seguire la madre, che li guida alla ricerca del cibo tra le erbe e la bassa vegetazione, sempre vigile e in guardia, attenta al minimo pericolo.

Lo sviluppo dei piccoli è abbastanza rapido: a tre settimane sono già in grado di spiccare i primi voli, mentre raggiungono l’indipendenza verso il terzo mese di vita, all’inizio dell’autunno, anche se rimangono con la madre fino al sopraggiungere dell’inverno.

I tetraonidi, in particolare i Fagiano di monte, hanno saputo sviluppare particolari strategie evolutive che permettono loro di sopravvivere anche con la poca e frugale disponibilità di cibo che gli inverni montani offrono. Si nutrono infatti, nella stagione più povera,  di foglie di ogni genere, compresi gli aghi delle conifere in inverno, e sono in grado di digerirli perfettamente grazie al loro particolare intestino, assai lungo e con due distinte appendici, che permette a questa specie di effettuare una doppia digestione, per sfruttare al massimo ogni risorsa e digerire anche le fibre più coriacee.

Le particolari condizioni ambientali degli inverni, così rigide e difficili, hanno stimolato lo sviluppo di altre caratteristiche adattative, come quella di avere le narici protette da piume e le dita pettinate, che permettono loro di non temere le bufere di neve e di poter camminare con un certo agio anche sulla neve fresca. In situazioni di forte innevamento o di gelo i fagiani di monte si scavano gallerie sotto la neve, per rimanere al riparo dai rigori estremi e cercare un po’ di cibo nascosto.

Conoscere la vita segreta di queste specie, meravigliosamente adattate a condizioni di vita così difficili, permette di cogliere con quale alto grado di perfezione l’evoluzione abbia saputo costruire percorsi straordinari per permettere a tutte le specie, in modo diverso e autonomo, di “costruirsi” stili e abitudini di vita con una varietà di soluzioni incredibilmente uniche.

 

 




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