Terra
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L’aveva chiamata Terra perche’ era bruna, scura, come la ricca terra delle sue colline. Sotto un ciuffo di peli si indovinavano gli occhi grandi, liquidi e profondi come le polle d’acqua limpida che lo dissetavano nelle sue cacciate di tarda estate, e la coda a spazzola alla fine del corpo magro ed irsuto si agitava continuamente, come se avesse una vita sua.

I cacciatori di citta’ che venivano a San Salvatore al Monte all’apertura con cani di razza pura con nomi stranieri ridevano quando la vedevano trotterellare accanto ad Antonio con la lingua sbrendolante da un lato della bocca come uno straccio.

Antonio, spazzino, l’aveva trovata una sera d’inverno mentre la neve cadeva fitta. Stava ritornando a casa spingendo davanti a s’ il triciclo delle immondizie e vide sul marciapiede uno scatolone di cartone. Credendo che fosse vuoto lo raccolse per gettarlo nel bidone, ma il peso lo sorprese. Dentro c’erano diversi corpicini bruni, rigidi ed immobili. Mentre i cuccioli morti rotolavano dallo scatolone nel bidone come tanti pezzi di legno, Antonio avverti’ un guaito sottile, stentato; infilo’ la mano nel cartone prima che l’ultimo cucciolo ne rotolasse giu’ e le sue dita incontrarono qualcosa di piu’ soffice dei piccoli cadaveri stecchiti, qualcosa che ancora emanava un fievole tepore di vita. Antonio sbottono’ il vecchio cappotto e si infilo’ il cucciolo in grembo, cercando di proteggerlo col suo calore…

A memoria di cacciatore non c’era mai stata una cagna brava come Terra a San Salvatore al Monte. Lo spazzino di cani ne aveva avuti tanti e sapeva come addestrarli sull’orecchiona. ma questa volta non fatico’ per niente: Terra era “nata imparata,” come affermava Antonio con orgoglio. E infatti ben poche lepri potevano sfuggirle. Non si dava mai per vinta, scagnando con un abbaio prolungato e musicale che echeggiava fra valli, fossi e colline mentre incalzava la lepre, prevedendone tutte le mosse in un gioco di vita e di morte, spingendola inesorabilmente verso la schioppettata secca ed il ruzzolone finale in un nuvolo di polvere.

Era settembre e l’uva maturava turgida sulle pendici delle colline accarezzate dal sole. Le notti stavano diventando sempre piu’ fresche, e al mattino le gocce di guazza scintillavano come brillanti appesi ai fili d’erba. La caccia era aperta da due settimane, ma Antonio e Terra erano rimasti a casa, aspettando che i cacciatori di citta’ si sbizzarrissero a sparare a tutto fuorche’ alle lepri. Di queste ne prendevano poche o nessuna, perche’ i loro cani, grassi e pigri come i padroni, non riuscivano quasi mai a portarle a tiro dei loro fucili. Magari ogni tanto qualche “scattone,” un leprotto giovane ed inesperto, grande si’ e no come una bottiglia di vino da un litro, ci rimetteva la pelle. E allora dai con i brindisi all’osteria al ritorno dalla caccia e magari anche la foto ricordo col misero leprotto, mentre Antonio e gli altri cacciatori del paese ridevano sotto i baffi. No, di andare a caccia all’apertura non ne valeva la pena. Troppa confusione, troppi cani stupidi piu’ interessati a rincorrersi l’un l’altro che all’usta della lepre, troppe schioppettate tirate a vanvera, troppi imbecilli garellosi e maleducati…

Ma dopo che quelli di citta’ erano scomparsi, i cacciatori di San Salvatore al Monte cominciavano a godersi la caccia vera, il coro delle canizze e le schioppettate sporadiche ma quasi sempre a segno, che’ i Sansalvatoresi le cariche non le sprecavano.
Antonio e Terra uscirono presto quella Domenica mattina. Attraversarono la strada maestra e scesero prima dell’alba a passi lesti lungo il Vallone, il letto di un torrente secco circondato da campi e da vigne. Mentre gli altri lepraioli cacciavano a squadre, con due, tre, o anche quattro cani, Antonio e Terra cacciavano da soli: lui prevedeva dove sarebbe passata la lepre, e Terra sapeva dove Antonio l’avrebbe aspettata. I due erano come una mente ed un’anima sola e non avevano bisogno di nessun altro, e ad Antonio piaceva essere il piu’ lontano possibile da altri cacciatori, non perche’ fosse scontroso o egoista, anzi. Ma per lui il piacere della caccia era rappresentato dalla pace, la comunione con la natura, il silenzio rotto soltanto dal canto degli uccelli, dallo scampanio di una mucca al pascolo, dalla brezza fra le frasche e, ogni tanto, se Terra avesse trovato l’usta dell’orecchiona, dal fragore della schioppettata..

Il sole s’era levato da un’ora e c’era ancora parecchia guazza. Antonio si sedette su un masso ed accese una sigaretta, assaporandone con piacere il fumo forte e denso che, a stomaco vuoto, gli fece girare la testa.Terra, seduta ai suoi piedi, fremeva. Quando le cavallette cominciarono a sviolinare dopo essersi asciugate le ali al sole del mattino, Antonio si alzo’, tolse di tasca due delle quattro cartucce che portava, carico’ la doppietta, accarezzo’ la testa di Terra e le disse, “Cerca, bella!”
Terra parti’ veloce, serpeggiando fra erba, cespugli e filari di vigne in cerca della lepre. Neanche cinque minuti… e Antonio senti’ il caratteristico scagno cadenzato, sostenuto, musicale. “Scommetto che passa dietro la vigna di Peppe,” disse a se’ stesso dopo aver ascoltato per qualche secondo. Si affretto’ su per la china del Vallone e corse veloce fra i filari delle viti, ansimando. Quando raggiunse il varco dove avrebbe aspettato la lepre, tutto d’un tratto l’abbaio di Terra, il battito forte del suo cuore, la volta azzurra del cielo, il peso del suo corpo, ed i violini delle cavallette si fusero in un tutto indistinto, mentre una lama arroventata gli trafiggeva il petto. Antonio si schianto’ come un albero colpito dal fulmine sulla terra soffice.. Peppe li trovo’ il giorno dopo. Terra era accucciata accanto ad Antonio leccandoglli disperatamente il volto ed i capelli. Peppe dovette gettarle addosso un saccone di tela e legarcela dentro per portarla via, che’ quando aveva provato ad allontanarla dal cadavere per poco non lo sbranava..

Mario, il cugino di Antonio, anche lui cacciatore, si prese Terra dopo il funerale. Provo’ a portarla a caccia tre volte, ma ogni volta gliela riporto’ Peppe, che la ritrovava sempre dietro la sua vigna a guaire, accucciata dov’era morto Antonio. L’ultima volta che Terra gli scappo’ via in cacciata, Mario ando’ lui stesso alla vigna di Peppe, e quando la trovo’ le mise la canna del fucile dietro la testa e tiro’ il grilletto.

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Anche questo racconto apparve nel libro Racconti dall’Osteria come “La Migliore Medicina” e “I Tempi Belli,” che finalmente sono approdati nella lista di racconti del blog. Insieme ad un altro racconto del mio amico Luca, detto CinghialOne, “Terra “vinse un concorso alla buona “istigato” dalla grandissima Lina F., Boss del forum al quale appartenevamo tutti, l’Osteria del Cacciatore. Il mio racconto e quello di Luca vinsero ex aequo e furono, come premio, pubblicati su Sentieri di Caccia, rivista della Caffeditrice

 

Giovanni Tallino

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