RACCONTI DI CACCIA, STORIE, POESIE

Racconti di Caccia e Arte

 Ultimo racconto pubblicato: TERRA

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INDICE

  1. 30 OTTOBRE 2011
  2. 1960: L’ ULTIMA GRANDE ANNATA A FASANO
  3. 17 FEBBRAIO 1985
  4. AD ACQUATICI – IN PALUDE
  5. A  NOI
  6. AGGREDITI DALLE TORTORE
  7. ALBA IN PALUDE
  8. ALLA BESTIA NERA
  9. ALLA IACCA
  10. ALLA DICIANNOVE
  11. ALLE COLONNE
  12. ALL’INSEGUIMENTO
  13. AL MIO CANE RAMBO
  14. ARRIVANO ALLE 9
  15. A TORDI IN ALTA COLLINA
  16. BRINA E ZETA
  17. BUTTARONO GIU’ I CARRELLI
  18. CACCIA ALL’ESTERO
  19. CACCIATORE DA BAMBINO
  20. CASTEL DEL MONTE
  21. CAMPIONE DI CORSA SULLE ZOLLE
  22. CAPISCO QUANDO SI DICE: E’ UNA SIBERIA
  23. CHE INCOSCIENTE
  24. CIAO DOTTO’
  25. DA SOLO AL FIUME
  26. DA SOLO IN PALUDE
  27. DELUSIONI  E SODDISFAZIONI IN TERRA BULGARA
  28. DIAVOLO D’ UN AVIATORE!
  29. DON CARLO MAZA GAI
  30. DUE NOTE SI DONDOLANO
  31. EMOZIONI RITROVATE
  32. E’ VENNE LILLO IL VENDICATORE
  33. E’ IL SIO PERIODO
  34. FARENEITH 32
  35. FINALMENTE UNA GIORNATA DA RICORDARE
  36. FINISCE LI!
  37. GECO EXPRESS
  38. GIOCO DI EMOZIONI
  39. GIOIA TAURO
  40. GIOBBY
  41. GIUSEPPE..
  42. GOSTINO DI MANICOMIO
  43. HO IMPARATO A SOGNARE
  44. IL BARCHINO
  45. IL  CANE FLOCK
  46. IL CANE NE SA’ PIU’ DEL CACCIATORE
  47. I CANTORI DI MACCHIA FITTA
  48. IL DISCORSO IMPOSSIBILE
  49. IL FASCINO DELLA PRIMA VOLTA
  50. IMMAGINO DI ESSERE UN CANE DI NOME FULL
  51. IL BEGHELLI 
  52. IN MEMORIA DEL COMMENDATORE E ALLA FACCIA DEL DIRETTORE
  53. I NEMICI DI UN POVERO CACCIATORE
  54. IO E BOBBY ERAVAMO GRANDI AMICI
  55. I PANINI ALLA BENZINA
  56. IL PARENTE
  57. I RICORDI DI LALLO 
  58. IL RITO DELLA LEPRE
  59. IL CAPPELLO A GALLA
  60. IL NOSTRO SABATO
  61. I TENAI IND’ A PALT
  62. I TEMPI BELLI
  63. ITTICA VAL D’AGRI
  64. IL TRAPPETO
  65. LA FORTUNA DEL PRINCIPIANTE
  66. LA CACCIA CHE PASSIONE!
  67. L’ ALLUVIONE DEL 66
  68. LA GUERRA
  69. LA MARCIGLIANA
  70. LA MIA CACCIA
  71. LA MIA PASSIONE PER LE PAVONCELLE
  72. LA MIA PRIMA BECCACCIA
  73. LA MIGLIORE MEDICINA
  74. L’ AMPUTATO COLOMBACCIO
  75. LA  PADELLA
  76. LA PASSIONE PIU’ BELLA DEL MONDO
  77. LA PREAPERTURA CHE NON TI ASPETTI PIU’
  78. LA PRIMA QUAGLIA
  79. LA PRIMA VOLTA A CACCIA DI STRANI UCCELLI
  80. LA REGINA VENUTA DALLA PIOGGIA
  81. LA SCOPERTA DELLA CACCIA
  82. LA SIPE
  83. LA STRADA E’ SCONNESSA
  84. LA SAGGEZZA POPOLARE
  85. L’ ASTUZIA DELLA ZEBRA
  86. LA TORMENTA
  87. LA VETTURA
  88. LE ALZAVOLE DI PAKITA
  89. LE VACANZE
  90. LO STIVALETTO
  91. L’ ULTIMO RIENTRO
  92. META’ SETTEMBRE
  93. MI CHIAMO JACK
  94. MOCCOLI ALL’ ALBA
  95. NEBBIA PIOGGIA VENTO E TANTA PAURA IN ROMANIA
  96. NONNO GOFFREDO
  97. NON E’ UN RACCONTO DI CACCIA
  98. NON CREDO AI MIEI OCCHI
  99. NON MI REGGO IN PIEDI
  100. NON POSSO RINUNCIARE
  101. GENTE STRANA SONO I CACCIATORI
  102. LA PRIMA VOLTA IN PALUDE
  103. OMAGGIO ALLA REGINA
  104. PAVONCELLE NELLA NEBBIA
  105. PASSIONE TORDO
  106. PECCANACCHIE!
  107. PER ME LO SENTONO
  108. PICCOLA MIGRATORIA TUTTA DA SCOPRIRE
  109. PREAPERTURA ALLA TORTORA
  110. PRIMA DI NATALE
  111. QUANTO E’ IL BENE CHE UN CACCIATORE PUO’ VOLERE AL SUO CANE?
  112. RICORDO DI PAPA’
  113. SUA MAESTA’ RINGRAZIA
  114. SICILIA CHE EMOZIONE
  115. SCHEGGE ALATE
  116. SOTTO AL PIEDE ..UNA BECCACCIA!
  117. SPARA ALLA TALPA E FERISCE LA MOGLIE
  118. STORIA DI FLOCK
  119. STORIA DI UNA PASSIONE
  120. STELLA 1991/03 GLI ANNI PIU’ BELLI
  121. SUL DELTA DEL DANUBIO
  122. TERRA
  123. TIRAVA VENTO
  124. TIRA VENTO DI TRAMONTANA
  125. UN BAGNO FUORI STAGIONE
  126. UN CARNIERE BASTARDO
  127. UN CARNIERE ECCEZZIONALE
  128. UN INCONTRO FORTUNATO
  129. ULTIMA APERTURA ALLA DAUNIA RISI
  130. ULCJNI
  131. UNA GIORNATA MEMORABILE
  132. UNA GIORNATA PER ME SPECIALE
  133. UN GIORNO IN PRETURA
  134. UN RACCONTO DI GIORGIO CREATINI
  135. UN RIENTRO FORTUNATO
  136. VECCHIE CARTUCCE IN CARTONE
  137. VINI E SELVAGGINA
  138. VETUCC A BOTT
  139. WALSDROTE

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Il giorno esatto non me lo ricordo ormai sono passati 4 anni, ma ricordo vivamente tutto di quel giorno che decisi di addentrarmi da solo nella barena Chiogiotta in una fredda giornata di dicembre.
La sera prima il mio socio mi aveva dato buca e dovetti soffermarmi sul dilemma di andare o non andare da solo a caccia.
Da solo, senza barca, carico come un mulo da soma mi sarei dovuto addentrare nella parte di barena calpestabile per raggiungere la botte.
L’istinto prese il sopravvento la voglia di cacciare era troppa e decisi di andarci lo stesso, ogni volta che riuscivo a farmi accompagnare in laguna con la barca, anche se non prendevo nulla perché ormai distrutta dai bracconieri che di notte cacciavano con i richiami elettronici a tutto spiano, sognavo di epiche fucilate e di epici carnieri da poter raccontare come fossero leggende nordiche.
Preparai tutta l’attrezzatura, stampi, richiami a fiato che ormai le mie labbra e polmoni avevano consumato in quanto persino durante gli spostamenti di lavoro in auto mi esercitavo per essere perfetto nel momento fatidico di dover richiamare quei palmipedi che tanto bramavo, fucile, cartucce, vestiario, stivali alti, torcia per la testa e chi più ne ha più ne metta.
Cena veloce e di corsa a letto per riposare mente e corpo in attesa della sveglia che mi avrebbe allertato dalla mia notte insonne che l’ora di andare a caccia era giunta.
Alle 4:30 mi alzai, caffè e colazione, lavata veloce, vestizione, fucile e zaino e giù in auto, ultima check-list e mi diressi dove sorge il sole.
Appena arrivato scesi dall’auto, mi misi in cima all’argine che separava la terra ferma dalla mia meta e inspirai e pieni polmoni l’aria fredda salmastra e osservai il cielo stellato con la luna piena, limpido e cristallino, poi l’udito ebbe il sopravvento su quella celestiale visione e incominciai a sentire gli immancabili richiami elettronici riecheggiare da tutte le direzioni con le immancabili fucilate occasionali.
Già sapevo il finale di quella giornata, ma in cuor mio ancora speravo quindi mi caricai tutto in spalla e incominciai a inoltrarmi nella barena verso la botte.
Arrivato calai gli stampi: 4 Germani, 6 Alzavole, 2 Fischioni e un mojo di Germano mi diressi alla botte e mi accorsi che nonostante i miei continui svuotamenti si era riempita di nuovo di acqua fino alle ginocchia.
Mi sistemai alla meglio anche se avevo le gambe in ammollo e il cruscotto dell’auto mi segnava 0° Celsius.

A quel punto ero io e basta, in attesa dell’arrivo di Apollo che avrebbe dato il via alla giornata di caccia, c’era solo la luna e le stelle a farmi compagnia.
Dopo un po’ di tempo che ero fermo il freddo cominciò a farsi sentire, i denti iniziarono a battere e ogni cellula del mio corpo mi stava urlando di tornare a casa perché tanto non avrei visto e preso nulla.
Ma io volevo rimanere lì, non volevo darla vinta a coloro che ogni notte rovinavano il posto a tutti gli altri che volevano assaporare la poesia della caccia in barena.
Ad un certo punto posai lo sguardo al cielo e vidi una stella cadente, la prima da 10 anni, e lì mi resi conto che nella frenesia della vita avevo smesso a osservare ciò che mi circondava, avevo perso la visione dell’insieme, non era l’obiettivo il fine, ma il viaggio e capì che se avessi voluto cacciare anatre non avrei dovuto fossilizzarmi in quel modo, ma andare a cercarle dove avrei potuto prenderle “nel modo giusto”.
Rimasi per ammirare quell’alba che sempre mi ha fatto scordare per quei 30 minuti la quotidianità che mi attendeva ogni giorno, i colpi dalle valli private iniziarono a riecheggiare come le più cruente battaglie della Prima guerra mondiale, rimasi in attesa fino alle 10:00 senza vedere nulla per poi tornare all’auto.
Arrivato sopra l’argine mi voltai e osservai per l’ultima volta la barena dandole non un addio, ma un arrivederci fino a quando coloro che stavano rovinando quell’affascinante caccia si sarebbero resi conto di ciò che stavano perdendo.
Oggi, le mie anatre le ho prese e ognuna di esse, per me, vale molto di più di qualunque numero fatto in quelle barene dove la poesia si è spenta nell’uso di quelle maledette macchinette.

 

Autore del racconto
Francesco (Pdor)

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L’aveva chiamata Terra perche’ era bruna, scura, come la ricca terra delle sue colline. Sotto un ciuffo di peli si indovinavano gli occhi grandi, liquidi e profondi come le polle d’acqua limpida che lo dissetavano nelle sue cacciate di tarda estate, e la coda a spazzola alla fine del corpo magro ed irsuto si agitava continuamente, come se avesse una vita sua.

I cacciatori di citta’ che venivano a San Salvatore al Monte all’apertura con cani di razza pura con nomi stranieri ridevano quando la vedevano trotterellare accanto ad Antonio con la lingua sbrendolante da un lato della bocca come uno straccio.

Antonio, spazzino, l’aveva trovata una sera d’inverno mentre la neve cadeva fitta. Stava ritornando a casa spingendo davanti a s’ il triciclo delle immondizie e vide sul marciapiede uno scatolone di cartone. Credendo che fosse vuoto lo raccolse per gettarlo nel bidone, ma il peso lo sorprese. Dentro c’erano diversi corpicini bruni, rigidi ed immobili. Mentre i cuccioli morti rotolavano dallo scatolone nel bidone come tanti pezzi di legno, Antonio avverti’ un guaito sottile, stentato; infilo’ la mano nel cartone prima che l’ultimo cucciolo ne rotolasse giu’ e le sue dita incontrarono qualcosa di piu’ soffice dei piccoli cadaveri stecchiti, qualcosa che ancora emanava un fievole tepore di vita. Antonio sbottono’ il vecchio cappotto e si infilo’ il cucciolo in grembo, cercando di proteggerlo col suo calore…

A memoria di cacciatore non c’era mai stata una cagna brava come Terra a San Salvatore al Monte. Lo spazzino di cani ne aveva avuti tanti e sapeva come addestrarli sull’orecchiona. ma questa volta non fatico’ per niente: Terra era “nata imparata,” come affermava Antonio con orgoglio. E infatti ben poche lepri potevano sfuggirle. Non si dava mai per vinta, scagnando con un abbaio prolungato e musicale che echeggiava fra valli, fossi e colline mentre incalzava la lepre, prevedendone tutte le mosse in un gioco di vita e di morte, spingendola inesorabilmente verso la schioppettata secca ed il ruzzolone finale in un nuvolo di polvere.

Era settembre e l’uva maturava turgida sulle pendici delle colline accarezzate dal sole. Le notti stavano diventando sempre piu’ fresche, e al mattino le gocce di guazza scintillavano come brillanti appesi ai fili d’erba. La caccia era aperta da due settimane, ma Antonio e Terra erano rimasti a casa, aspettando che i cacciatori di citta’ si sbizzarrissero a sparare a tutto fuorche’ alle lepri. Di queste ne prendevano poche o nessuna, perche’ i loro cani, grassi e pigri come i padroni, non riuscivano quasi mai a portarle a tiro dei loro fucili. Magari ogni tanto qualche “scattone,” un leprotto giovane ed inesperto, grande si’ e no come una bottiglia di vino da un litro, ci rimetteva la pelle. E allora dai con i brindisi all’osteria al ritorno dalla caccia e magari anche la foto ricordo col misero leprotto, mentre Antonio e gli altri cacciatori del paese ridevano sotto i baffi. No, di andare a caccia all’apertura non ne valeva la pena. Troppa confusione, troppi cani stupidi piu’ interessati a rincorrersi l’un l’altro che all’usta della lepre, troppe schioppettate tirate a vanvera, troppi imbecilli garellosi e maleducati…

Ma dopo che quelli di citta’ erano scomparsi, i cacciatori di San Salvatore al Monte cominciavano a godersi la caccia vera, il coro delle canizze e le schioppettate sporadiche ma quasi sempre a segno, che’ i Sansalvatoresi le cariche non le sprecavano.
Antonio e Terra uscirono presto quella Domenica mattina. Attraversarono la strada maestra e scesero prima dell’alba a passi lesti lungo il Vallone, il letto di un torrente secco circondato da campi e da vigne. Mentre gli altri lepraioli cacciavano a squadre, con due, tre, o anche quattro cani, Antonio e Terra cacciavano da soli: lui prevedeva dove sarebbe passata la lepre, e Terra sapeva dove Antonio l’avrebbe aspettata. I due erano come una mente ed un’anima sola e non avevano bisogno di nessun altro, e ad Antonio piaceva essere il piu’ lontano possibile da altri cacciatori, non perche’ fosse scontroso o egoista, anzi. Ma per lui il piacere della caccia era rappresentato dalla pace, la comunione con la natura, il silenzio rotto soltanto dal canto degli uccelli, dallo scampanio di una mucca al pascolo, dalla brezza fra le frasche e, ogni tanto, se Terra avesse trovato l’usta dell’orecchiona, dal fragore della schioppettata..

Il sole s’era levato da un’ora e c’era ancora parecchia guazza. Antonio si sedette su un masso ed accese una sigaretta, assaporandone con piacere il fumo forte e denso che, a stomaco vuoto, gli fece girare la testa.Terra, seduta ai suoi piedi, fremeva. Quando le cavallette cominciarono a sviolinare dopo essersi asciugate le ali al sole del mattino, Antonio si alzo’, tolse di tasca due delle quattro cartucce che portava, carico’ la doppietta, accarezzo’ la testa di Terra e le disse, “Cerca, bella!”
Terra parti’ veloce, serpeggiando fra erba, cespugli e filari di vigne in cerca della lepre. Neanche cinque minuti… e Antonio senti’ il caratteristico scagno cadenzato, sostenuto, musicale. “Scommetto che passa dietro la vigna di Peppe,” disse a se’ stesso dopo aver ascoltato per qualche secondo. Si affretto’ su per la china del Vallone e corse veloce fra i filari delle viti, ansimando. Quando raggiunse il varco dove avrebbe aspettato la lepre, tutto d’un tratto l’abbaio di Terra, il battito forte del suo cuore, la volta azzurra del cielo, il peso del suo corpo, ed i violini delle cavallette si fusero in un tutto indistinto, mentre una lama arroventata gli trafiggeva il petto. Antonio si schianto’ come un albero colpito dal fulmine sulla terra soffice.. Peppe li trovo’ il giorno dopo. Terra era accucciata accanto ad Antonio leccandoglli disperatamente il volto ed i capelli. Peppe dovette gettarle addosso un saccone di tela e legarcela dentro per portarla via, che’ quando aveva provato ad allontanarla dal cadavere per poco non lo sbranava..

Mario, il cugino di Antonio, anche lui cacciatore, si prese Terra dopo il funerale. Provo’ a portarla a caccia tre volte, ma ogni volta gliela riporto’ Peppe, che la ritrovava sempre dietro la sua vigna a guaire, accucciata dov’era morto Antonio. L’ultima volta che Terra gli scappo’ via in cacciata, Mario ando’ lui stesso alla vigna di Peppe, e quando la trovo’ le mise la canna del fucile dietro la testa e tiro’ il grilletto.

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Anche questo racconto apparve nel libro Racconti dall’Osteria come “La Migliore Medicina” e “I Tempi Belli,” che finalmente sono approdati nella lista di racconti del blog. Insieme ad un altro racconto del mio amico Luca, detto CinghialOne, “Terra “vinse un concorso alla buona “istigato” dalla grandissima Lina F., Boss del forum al quale appartenevamo tutti, l’Osteria del Cacciatore. Il mio racconto e quello di Luca vinsero ex aequo e furono, come premio, pubblicati su Sentieri di Caccia, rivista della Caffeditrice

 

Giovanni Tallino

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