19 Aprile 2022

La stagione stava volgendo al termine, ormai anche Gennaio aveva fatto il suo corso e il freddo pungente che immobilizza la natura nelle sue brevi ed algide giornate scoraggiava perfino due intrepidi giovani cacciatori come noi.

 

La fine di Gennaio equivale alla fine della caccia ed un senso di amarezza ammanta sempre le ultime mattinate in mezzo alla natura…

 

Io ed il mio fidato socio di caccia Giovy non ci stavamo a passare quell’ultima giornata a casa anche se i lavori da fare, sempre in ambito venatorio, rimanevano tanti: la voliera delle pavoncelle da finire perché presto sarebbero arrivate due nuove splendide creature da curare e svezzare, la stanza delle allodole da approntare per i nostri piccoli tesori cirlanti che tante emozioni e gioie ci regalano in ottobre e novembre…

 

Ma erano proprio le pavoncelle, “Regine del freddo e del gelo” a solleticare ed accendere la nostra fantasia: mai avevamo concluso una stagione con così striminziti carnieri, mai pensavamo di passare un annata così avara di palpitazioni che solo la pavoncella, la “fleina”, che “cura” il gioco può dare.

 

Ma, ahimè, le belle sensazioni più volte provate in passato sembravano ormai essere definitivamente archiviate per quest’anno: le amate Regine erano rimaste ad Est e troppo scarsa era la presenza del “popolo nero metallico” svernante nelle nostre sconfinate pianure coltivate ad erba medica.

 

Tristi ma consapevoli eravamo già pronti a dedicarci ad altro quando proprio l’ultimo venerdì di Gennaio, nel pomeriggio il telefono squillò inaspettatamente:

 

“Welà bùrdel (ragazzi in romagnolo), come andiamo??” – esplose con voce vulcanica Mattia, grande anatraio delle bassa Romagna…

“Tutto bene Pia” – rispose Giovy, chiamandolo per soprannome – “siamo un po’ giù di morale perché volevamo fare la chiusura alle pavoncelle ma non se ne vedono in giro” – continuò amareggiato.

“Ragazzi vi ho chiamato proprio per questo: mi ha contattato un mio amico che mi ha raccontato di aver visto proprio pochi minuti fa almeno 2mila fleine in pastura vicino alle Valli di Comacchio” – affermò Mattia…

“Stai scherzando??? – ribattè Giovy con voce incredula – “spiegami bene dove che domattina ci fondiamo subito in quel posto!” – esclamò l’Alpino, il soprannome di Giovy, perentorio.

 

Il posto era a noi sconosciuto ma le precise indicazioni di Mattia ci illuminarono e ci convinsero a partire per quelle terre ignote: sembrava un azzardo ma il nostro entusiasmo sopì ogni timore.

 

“Mi raccomando ragazzi partite presto, perché i “flenari romagnoli” sono terribili, vanno là ad orari impensabili per accaparrarsi i posti migliori” – si raccomandò Mattia…

 

Queste sue parole pesarono come un macigno e ci riportarono alla realtà: la Romagna è una terra di “flenari” in cui un branco di così tante pavoncelle in pastura non passa minimamente inosservato…

 

Bastarono pochi istanti e io ed il mio socio Giovy ci accordammo: la notte seguente alle 2,30 saremmo partiti alla volta di questo sogno chiamato pavoncella.

 

Poche ore passammo in compagnia del caldo letto ed eravamo già sulla strada; una notte gelida e serena non faceva altro che ampliare le nostre fantasie, ma anche il timore che la levataccia si rivelasse inutile a causa della presenza nei luoghi di caccia di altri cacciatori arrivati prima di noi…

 

Giungemmo sul posto, l’eccitazione saliva sempre di più, sembrava che nessuno avesse ancora colonizzato quelle larghe di erba medica frequentate dalla Regina del freddo!

Ma erano solo apparenze: appena scesi dall’auto iniziarono ad accendersi fari in mezzo al buio della notte, quasi fossimo ad un concerto!

 

Poco male, notammo subito che tutti i flenari si erano appostati nella parte più a Sud delle Valli, mentre la zona a Nord era vuota…

Io ed il mio socio decidemmo l’azzardo: ci saremmo posizionati proprio lì, confidando sulla maggiore tranquillità che avrebbe potuto attirare gli animali disturbati nelle altre zone di pastura.

 

L’eccitazione raggiunse il suo picco massimo quando nell’oscurità della notte ci posizionammo nel punto dove alle prime luci dell’alba avremmo costruito la “tesa”: le mie fini orecchie percepivano a poche decine di metri di distanza l’incessante “pianto” delle pavoncelle e il fischio deciso dei pivieri in pastura.

 

Poteva significare solo due cose: o eravamo nel pieno della pastura, nel posto in cui come si dice dalle mie parti “…sono attaccate…” , oppure le stavamo spaventando facendole andare via, distruggendo in tal modo tutte le aspettative sulla mattinata ventura.

 

Ci sistemammo e iniziò la lunga attesa al freddo: la volta celeste sopra le nostre testa appariva in tutta la sua magnificenza non contaminata dall’inquinamento luminoso delle nostre città

 

Per l’ennesima volta chiusi gli occhi e ringraziai Dio di avermi fatto cacciatore…….

 

La notte passò in fretta e il freddo si intensificò tanto da ghiacciare tutto il terreno attorno a noi; era il segnale, dovevamo iniziare ad approntare la nostra “tesa alle pavoncelle”

 

Costruimmo un capanno quasi interamente con la canna di bambù, nascosti dentro ad un fosso profondo, nel quale solo da una piccola feritoia davanti vedevamo l’esterno: avevamo seguito regola più importante per la caccia alle fleine, essere invisibili.

 

Terminato il capanno stendemmo i miei stampi di velluto di cui sono particolarmente orgoglioso per il lavoro faticoso che mi impegnò per costruirli: tirava una leggera brezza da Nord-Ovest, il vento giusto per questa caccia.

Mettemmo anche la giostra; decidemmo di posizionarla molto lontana dal gioco, vecchio trucco dei tenditori romagnoli nell’insediare le pavoncelle.

 

Tutto era pronto, eravamo euforici e speranzosi nella proficuità della mattinata: entrammo dentro al nostro fortino e caricammo il fucile

 

Ma l’imprevedibile inconveniente arrivò nel giro di pochissimi minuti: una fitta nebbia calò “galoppando” dalle Valli verso le terre emerse e la timida brezza della notte si fece sempre più audace e forte…

 

In una manciata di minuti eravamo avvolti dal grigio e dal gelo.

 

Tutte le nostre speranze iniziarono a sgretolarsi: una delle regole fondamentali della caccia alle pavoncelle è quella che con la nebbia è meglio rimanere a letto.

 

Le imprecazioni non furono risparmiate per il destino avverso che ci aveva colto; tutta appariva perduto.

 

Ma tant’è, ormai eravamo nelle mani del fato, e ad esso ci raccomandammo…

 

Fra le 8 e le 9 solo qualche piviere venne a visitare il nostro gioco: li osservavamo speranzosi che si materializzassero anche le fleine, ma coscienti che ciò appariva più che altro un sogno in quelle condizioni.

 

Nessuno sparava, nemmeno nei posti plausibilmente “buoni”.

 

Poi alle 9.15, in mezzo alla nebbia a poca distanza da noi un verso irruppe: il tipico pianto della pavoncella, i nostri sensi si rianimarono!

 

Pochi minuti ed accadde l’imponderabile:

 

“Dani guarda sopra alla giostra” – esclamò secco Giovy volgendo lo sguardo verso di essa.

 

Mi voltai di scatto: sopra la giostra almeno un centinaio di pavoncelle stavano “giocando”: prendevano il vento e davano la planata sopra di essa, sparendo alla nostra vista ad i limiti della nebbia per poi riapparire.

 

Tutte le regole di questa caccia sembravano essere svanite: la giostra, molto distante dal capanno ci stava offrendo uno spettacolo indicibile ma non ci consentiva il tiro.

Passarono pochi istanti e una decina di pavoncelle si staccarono dal brancone per dirigersi verso di noi…

 

Le lasciammo danzare per alcune decine di secondi sopra le giostre poi imbracciamo: due colpi risuonarono all’unisono e due splendide regine del freddo caddero a terra.

 

Ci guardammo stupefatti ed esaltati: sapevamo cosa fare, uscimmo immediatamente dal capanno e avvicinammo la giostra ai limiti degli stampi, a circa 30 metri da noi.

 

Mentre stavamo trasportando la giostra l’incredibile avvenne: un altro branco spuntò dal nulla, dalla nebbia, e, nonostante la nostra presenza, curò gli stampi consentendomi dopo un’improvvisata stoccata di catturarne un’altra.

 

Ci riguardammo e senza dire una parola capimmo al volo: eravamo esattamente nella pastura, nel posto dove le pavoncelle, come dicono i “flenari” Romagnoli, “…sono attaccate…”

 

Rientrammo nel nascondiglio e vedemmo una sagoma innanzi a noi arrivare quasi a rasoterra:

 

“sembra un falchetto” – esclamò Giovy

“è una pavoncella, anzi ce ne sono tre dietro, sono quattro fleine!” – ribattei io eccitato come non mai!

 

Arrivarono al gioco con quel loro “volo tondo” inconfondibile ed iniziarono il loro balletto sugli stampi e sulla giostra: sembravano danzare con la giostra, prendendo il vento e facendo piroette in aria.

Le avevamo talmente vicine da poter vedere gli occhi e le zampette mentre tentavano di atterrare: voi non ci crederete ma quell’incredibile spettacolo ci pietrificò e nessuno dei due premette il grilletto.

 

Il loro spettacolo non meritava di essere interrotto dai nostri maledetti archibugi.

 

Nemmeno il tempo di riprendersi che sopra la testa, a forse nemmeno 2 metri d’altezza apparvero alcune pavoncelle: danzarono per qualche istante sulla nostra tesa poi una scarica risuonò trattenendone un paio.

 

Volevamo andare a raccogliere le prede quando le mie orecchie udirono in arrivo un “cirlo” di storno: dalla mia destra entrò un brancone enorme di pavoncelle con in mezzo un altrettanto copioso branco di storni.

Forse stupiti da quell’ insolita ed incredibile scena facemmo entrambi una padella memorabile!

 

Ma non era un problema, la gioia dell’aver goduto di uno spettacolo del genere ci ripagava degli sforzi e dell’errore commesso.

 

Non voglio tediarvi ancora raccontandovi per filo e per segno ogni singola curata al gioco: vi dico solo che fino alle 11.30 fu un branco dietro l’altro di pavoncelle che planava, danzava, recitava sulla nostra umile tesa.

 

Sparammo tante fucilate, condite da molti bei tiri insperati ed altrettante inspiegabili padelle.

 

Tutto si concluse in un attimo, come era iniziato: in pochi minuti la nebbia sparì e con essa anche le pavoncelle si dissolsero nella vastità delle Valli di Comacchio…

 

Fu la più bella cacciata di cui due giovani “apprendisti flenari” come il sottoscritto ed il mio socio godemmo.

Non voglio nascondere che nei giorni seguenti mi inorgogliva il fatto di potermi a tutti gli effetti fregiare di quell’appellativo: si, ero diventato a tutti gli effetti un “flenaro”, entrando nel novero di quella stretta elitè di professionisti di questa difficilissima arte!

 

Raccogliemmo il gioco con molta calma, assaporando ogni istante di quella che sarebbe rimasta una giornata indelebile per noi.

Raccolsi una alla volta le numerose pavoncelle, ringraziandole ad una ad una con gli occhi e chiedendogli “perdono” per avergli tolto la vita: quando muore una “Regina” è giusto che ci si fermi innanzi ad essa e le si renda omaggio come merita.

 

E’ il perdono implorato dal cacciatore che solo un altro cacciatore, e nessun’altro, potrà mai comprendere.

 

Grazie “Regine del freddo”.

 

 

Daniele Francesconi

 

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