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Io non me la ricordo di sicuro che avevo 3 anni, ma quando il Cornia straripò all’altezza della Rampa Merciai e invase gran parte della piana sommergendo abitazioni rurali e portando via di tutto si, gli anziani se la sono fotografata per sempre nella mente.
Lo zio Loriano mi racconta sempre di quando l’acqua arrivò quasi al primo piano del suo podere: affacciandosi alla finestra vide passare un cespuglio galleggiante con un bel gallo sopra che navigando nell’aia dette un poderoso chicchirichì come se fosse il capitano di una nave e lui pensò “canta canta, vedrai fra poco un canti più”.
Passato il diluvio restò, come dopo tutte le inondazioni, un enorme lago che si estendeva per chilometri, con isolette sparse e casolari semisommersi, e arrivarono le anitre, tantissime, a branchi che giocavano sul grande specchio d’acqua. Come tutti i cacciatori, Ennio le vide dalla strada che, rimanendo un po’ più alta, era ancora percorribile. Non aveva mai fatto quella caccia, era ai primi anni di licenza, ma corse subito a casa a prendere il barchino del suocero. Era un canotto di gomma di quei tempi, sicuramente meglio di quelli attuali: rigido, con remi di alluminio e scalmiere, due panche di plastica dura, la pompa per gonfiare fissata saldamente sulla destra del rematore e perfino il pagliolo di legno.
Suonò all’inquilino del piano di sotto: “Gagliano ho visto un’ esagerazione di anatre selvatiche giù a Colmata, domattina gli tiro, vieni?” Gagliano, pur non essendo cacciatore accettò di buon grado. “La strada arriva a malapena alla casa del contadino, di lì in poi è tutto un mare. C’è un’isoletta sulla quale si può fare la posta”. Così la mattina successiva ecco i due novelli cacciatori di padule che gonfiato il barchino, si avviano remando verso l’isoletta là, a un 200 mt dalla casa. Fatto un minimo di riparo con delle frasche trovate sul posto, Ennio carica e intravede subito delle grosse sagome che sfilano, di nuoto, contro il chiaro. Giù 3 botte e 3 morti, ricarica e altre 3…ne rimaneva una e uno stonfo anche a quella. Ma perché dopo il primo colpo, invece di prendere il volo erano rimaste lì?? Mistero. Neanche il tempo di pensarci e si presenta, sempre galleggiando, un superbo esemplare, forse una oca canadese…..un altra scarica dell’automatico. 8 capi abbattuti in pochissimo tempo. Ennio era fuori di sé dalla contentezza, Gagliano già le vedeva arrosto con le patate.
Per paura che la corrente le portasse via, velocemente sul canotto a recuperare, ma qualcosa, pure a buio, non tornava…troppo pesanti, e quella grossa, troppo grossa….
La tragica scoperta la fece Gagliano: “Ma queste qui sono anatre mute!!!!! E quello è un papero bianco di cortile!!! Un saranno mica di quel contadino dove abbiamo parcheggiato la macchina??” La febbre incominciò a salire….”Caro Gagliano stavolta s’è fatta grossa..”
Nel frattempo, fatta l’alba, si sentì distintamente la voce della moglie del contadino che chiamava: “O Ginooooo, dove sono le naneee??” e poco dopo ecco quell’omo su una barcaccia spinta da una pertica, diretto verso l’isoletta. “Via via nascondiamo tutto!!” come Fantozzi, e un po’ scavando, un po’ con le frasche riuscirono a seppellire alla meglio le anitre mute, ma il papero, in quella buchetta non ci voleva proprio entrare..rimase fuori un’ala e Ennio ci si mise a sedere sopra. Ecco il contadino “O ragazzi, avete visto mica le mie nane?? Sono 7, e poi c’ho anche un papero bianco che lo chiamo Umberto…sono sparite…” I due di rimando: “no no, un s’è visto nulla”…e quel disgraziato andò via, lasciando Ennio e Gagliano con dei bei rivoli di sudore che gli scendevano di sotto ai cappelli.
“E ora?? Tocca lasciare tutto qui, come si fa a tornare a prendere la macchina che è lì sotto casa??”. La lampadina nel cervello, grande intuizione, venne a Ennio: “guarda laggiù c’è la ferrovia, ci arriviamo, lasciamo lì i paperi, torniamo qua, prendiamo la macchina e via”. Da lì alla ferrovia, buoni buoni c’erano 3 km da fare col barchino pieno fino all’orlo di roba, ma ci provarono ugualmente, avviandosi nel mare, nel bel mezzo della zona alluvionata, e intanto stava pure ricominciando a piovere.
Ma cosa sono quei paletti che sporgono dall’acqua?? Chi se ne frega, e remando passarono tra questi paletti, che reggevano un bel filo spinato che rimaneva 5 cm sotto la superficie. Il classico sibilo del pallone che si sgonfia, la pioggia che era un temporale, nel mezzo del nulla Gagliano gonfiava di continuo, Ennio remava febbrilmente cercando anche di buttare fuori l’acqua col cappello, almeno un metro e mezzo di fondo c’era tutto e fu un’ odissea arrivare senza rovesciarsi al terrapieno della ferrovia non prima di aver gettato via la “zavorra”….il papero bianco fu l’ultimo a essere abbandonato e galleggiava stanco, primo della fila di nane che si perdevano alla vista nella corrente……
L’avventura ebbe termine con una camminata di diversi chilometri sotto il diluvio. Alla mitica Fiat 600 verdolina, la contadina con l’ombrello chiamava un certo Umberto sgolandosi da un’ora…
Gagliano la mattina dopo aveva la febbre a 40, Ennio, mio padre, si avvicina al capezzale: “allora come va?” la risposta è volutamente omessa da questa storia.

 
ALESSANDRO FULCHERIS

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