I CANTORI DI MACCHIA FITTA
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Un racconto di Giorgio Creatini

Le sfumature bianche e pastello delle vecchie case, si stagliavano nette come pennellate naif tra il verde cupo del bosco circostante. Il piccolo Borgo era arroccato irto vicino alla sommità della collina e dalla strada d’accesso, stretta e sterrata che si arrampicava tra le querce, si arrivava direttamente nel centro del Paese, dove una piccola piazza era l’unico punto in cui si poteva girare per tornare indietro. Dai terrazzini affacciati sullo strapiombo, appiccicati chissà come alle pareti, file di panni tesi si intrecciavano gocciolando sul selciato e muovendosi stanchi, incalzati da deboli refoli di vento. L’inverno spesso imbiancava con lievi spruzzi di neve i tetti disallineati, e dai comignoli stonacati e neri di fuliggine, usciva un fumo denso che inondava le strette viuzze dell’odore dolce e aromatico della legna dura dei forteti. Manolo aspettava con ansia l’arrivo dei primi nevischi, per tutto l’anno curava con amore e pazienza la sua batteria di uccelli da richiamo. Li aveva chiusi in una stanzetta giù in cantina e con una serie di lampade e un sistema di aerazione, ne aveva alterato sapientemente il metabolismo fino a fargli perdere la cognizione del tempo e delle stagioni per essere pronti a fischiare la primavera anche quando fuori il termometro andava sotto lo zero, e il crepitio dei ciocchi sul fuoco indicava i rigori dell’inverno. Il ragazzo abitava nel piccolo borgo con un altro centinaio di anime, per lo più vecchi boscaioli, che vivevano in comunione come in una grande famiglia. Tutti conoscevano la grande passione del ragazzo per la caccia con le gabbiette e quando tornava a casa dalla città, dove frequentava l’Università, lo informavano sui movimenti dei selvatici che c’erano stati in quei due o tre giorni che era stato assente dal paese. Appena rientrato, la prima tappa la faceva subito nella stanza dei suoi amati cantori, li puliva con cura, gli dava da mangiare e li chiamava per nome uno per uno. La sua batteria era composta da una cinquantina di uccelli, per lo più tordi, sasselli e merli, ma aveva anche dieci cesene, qualche fringuello, una peppola, un verdone e perfino una tordela. Quando non poteva rientrare per tempo, era il babbo che accudiva gli animali che richiedevano, almeno una volta ogni due giorni, di essere sistemati. Poi iniziava a preparare l’attrezzatura per la caccia. Aveva un monocanna Bernardelli calibro 24 che teneva in una teca come un pezzo da museo. Passava ore a lucidarlo ed oliarlo e l’avrebbe smontato e rimontato ad occhi chiusi. Si caricava le cartucce da solo, usando una polvere alla nitrocellulosa, sughero tritato e appena nove grammi di piombo per bossolo. Ne preparava circa un centinaio per volta e le portava regolarmente tutte dentro la borsa: “Non si sa mai – pensava – una giornata eccezionale può sempre capitare” Quella volta, al suo rientro dalla città, le notizie riportategli dai Paesani erano entusiasmanti. “La macchia è nera di merli Manolo, – gli diceva Beppe, – tu vedessi che lavoro, è già un paio di giorni che si sente tutto un chioccolio e si vedono svolazzare perfino nella piazza del paese.” Il giovane non nascondeva la sua eccitazione, e non vedeva l’ora di arrivare al mattino per montare la sua tesa e iniziare una giornata di caccia che prometteva davvero un carniere fantastico. “Babbo mi basteranno cento cartucce? Quasi quasi ne carico un’altra cinquantina” “E quanti ne vuoi ammazzare di quelle povere bestie, e poi se tu le sparassi tutte sai che mazzo.” Alla sera era andato a letto prestissimo, aveva rimesso la sveglia alle cinque e trenta e sperava di addormentarsi all’istante per arrivare subito al mattino. Ma l’entusiasmo lo agitava e non gli faceva prendere sonno, pensava ai paffuti passeriformi che attirati da “Rigoletto”, il suo merlo canterino preferito, gli si posavano sul secco mostrandogli il petto grasso e gonfio e li vedeva appallottolarsi sulla sua precisa fucilata. Poi finalmente il sonno prese il sopravvento e Manolo si risvegliò solo allo strillante rumore della suoneria della sveglia. Si buttò giù dal letto in un attimo e vestitosi in fretta raggiunse la cantina per prendere la roba ed incamminarsi verso il posto di caccia. Il capanno di Manolo si trovava a circa un chilometro e mezzo da casa sua, in uno squadro di macchia di proprietà di suo padre. Lo raggiungeva a piedi in poco più di cinque minuti e lo teneva curato come un giardino inglese. I rami dell’edera e gli arbusti che ricoprivano la tela sintetica intorno al capanno erano potati e curati, le feritoie strette e assolutamente invisibili, i “secchi” ben collocati e attraenti per i selvatici in transito nella zona, e poi le “mensole” per l’appoggio delle gabbie, colorate di verde e mimetizzate in modo perfetto. Davvero un piccolo gioiello d’arte venatoria nella stretta radura attorniata da querce, cerri e da qualche sparuta sughera a candelabro che in primavera offriva uno spettacolo straordinario. L’aria di quella mattina di dicembre non era normale, era appiccicosa e il cielo, a tratti coperto da nuvole scure, lasciava intravedere ogni tanto qualche lontanissima stella che veniva prontamente inghiottita da nembi cumuliformi spinti dal vento di scirocco. Manolo camminava lungo il sentiero con le gabbie sulle spalle e il fucile a tracolla, dall’altra parte il tascapane con le cartucce e nel cuore la speranza di vivere una giornata indimenticabile. Gli scarponi pestavano il terreno fangoso rimanendo impiastrati nella motriglia formatasi dalla poca neve che il vento del sud stava sciogliendo, quando ad un tratto uno schianto secco seguito da un bagliore giallastro illuminò a giorno il sentiero. Il tuono fortissimo aveva colto di sorpresa il giovane cacciatore che alzò la testa verso il cielo continuando tuttavia a camminare verso il capanno. Seguirono altri lampi e altri tuoni, ma il temporale sembrava aver accerchiato il poggio di Macchia Fitta volendo però risparmiare dalla pioggia la radura. Arrivato al capanno, Manolo guardò di nuovo il cielo, poi, un po’ incoscientemente, iniziò a piazzare le gabbiette sulle mensole della tesa; tra poco sarebbe arrivata l’alba, e i tanti merli che erano stati avvistati in quei giorni nel bosco, si sarebbero fatti vivi ipnotizzati dalle note affascinanti di Rigoletto. Quel merlo era proprio straordinario. Lo aveva catturato sotto un lellero con una tagliola a rete e aveva capito subito che possedeva qualcosa di speciale. Innanzitutto al momento della cattura si era mostrato calmo e confidente e non nervoso come di solito si sente un animale in trappola. La sua voce era sommessa, ma continua e le tonalità del suo richiamo erano una scala di suoni che si amplificavano e diventavano bassi a secondo dell’occorrenza. Manolo si accorgeva subito quando un uccello si avvicinava alla tesa: bastava guardare Rigoletto! L’animale si schiacciava nella gabbia alzando ritmicamente la coda, cantando con una tonalità del tutto particolare. Era il segnale inequivocabile che un suo simile sarebbe arrivato a tiro di schioppo. Il cielo intanto continuava a brontolare minaccioso, ma il cacciatore ormai aveva sistemato tutte le gabbie e l’alba, ormai imminente, stava rischiarando i contorni della sommità della collina. I primi ticchettii dei pettirossi e gli zirli secchi dei tordi annunciavano la nascita di un nuovo giorno, quando d’improvviso, grosse gocce di pioggia si schiantarono rumorose sulle foglie secche aumentando gradatamente d’intensità fino a diventare un vero e proprio tambureggiare scrosciare. Manolo uscì alla svelta dal capanno incurante dell’acqua, apprestandosi a raccogliere tutte le gabbiette per riporle dentro il riparo, l’intensità della pioggia era tale che in pochi istanti si ritrovò bagnato fradicio. Quando ebbe terminato, le gabbie giacevano ammucchiate alla belle e meglio dentro il capanno e il cacciatore, letteralmente inzuppato, si sedette tremante su un piccolo sgabello con l’acqua che gli gocciolava dai capelli fin dentro gli scarponi bagnandogli i calzini I tuoni spaccavano il cielo, le saette aprivano varchi tra le nuvole grigie e scaricavano la loro elettricità sul terreno mentre la pioggia formava rivoli fangosi che scendevano veloci verso valle. Ben presto il freddo, poi anche la rabbia si impadronirono di Manolo che decise comunque di restare nel capanno rifiutando, quasi per ripicca, di andare a cambiarsi nel tepore di casa sua, li a pochi passi dal luogo di caccia. Il temporale aveva ammantato tutta la collina. Il giorno saliva piano, contrastato dal cielo plumbeo che non accennava a placare la sua collera. Pioveva già da una buona mezz’ora quando l’intensità sembrò affievolire. Manolo guardò fuori dalle feritoie e vide che dal fondo valle le nubi si stavano alzando. Le gocce erano ormai più rade e stavano velocemente diminuendo di energia quando, un grosso merlo gli si materializzò davanti, sul posatoio centrale del secco, scuotendosi le penne . Non senza difficoltà, con le mani infreddolite e i panni gelati e fradici che gli si erano appiccicati addosso, riuscì a prendere il fucile e a caricarlo, lo appoggiò all’apertura e sparò a colpo sicuro. Il merlo si rovesciò su se stesso e piombò a terra. “Oh questo – pensò – voleva proprio morire con questa mattinata.” Intanto era smesso di piovere, le nuvole scure sembravano ammassarsi verso est, e Manolo, galvanizzato da quell’insperata fucilata, decise di rimetter fuori almeno le gabbiette dei merli. I tordi e le Cesene le lasciò stare all’interno del capanno mandando in avanscoperta Rigoletto e i suoi compari. E il suo merlo preferito iniziò inaspettatamente il suo show personale: cantava che era uno spettacolo, la sua coda si abbassava e si rialzava, si acquattava nella gabbia, lanciava suoni melodiosi che erano un flauto magico per i suoi ignari compagni. I merli, come materializzatesi dal nulla, arrivavano a frotte. Cessata la pioggia, gli uccelli si erano mossi dai dormitori e, attirati da quel dolce suono, si buttavano a tre quattro alla volta sul secco. Manolo sparava a ripetizione, a volte riusciva anche ad accoppiarne due insieme. Le sue fucilate erano precise stoccate che non lasciavano scampo a quei becchi gialli oro finché improvvisamente il cielo si oscurò di nuovo e ricominciò a piovere. Il tempo perturbato aveva concesso una mezz’ora di tregua alla stretta radura di Macchia Fitta, ed era stato un arco temporale che pareva non finire mai con il ragazzo immerso in un sogno che si era finalmente realizzato. Sul terreno, sotto ai secchi, un tappeto nero di volatili giaceva sulle foglie bagnate e il giovane si sbrigava a raccoglierli e metterli nel tascapane mentre la pioggia aumentava di nuovo d’intensità e i tuoni tornavano a rimbombare nella vallata. Ne raccolse più di trenta, e quando raggiunse il capanno, posandoli in un angolo, non fece neppure caso che la pioggia lo aveva ulteriormente inzuppato. Velocemente, si apprestò poi ad uscire dal nascondiglio per togliere le gabbiette dalle mensole, ma non aveva ancora varcato la soglia del casotto, che uno schianto tremendo lo fece fremere e ricadere all’indietro sopra le gabbie. Un fulmine si era abbattuto proprio vicinissimo alla sua postazione facendo vibrare tutto il terreno circostante. Si rialzò stordito e si apprestò ad uscire nuovamente dal capanno per togliere i merli da richiamo, ma un’amara sorpresa lo attendeva là fuori. La saetta aveva colpito in pieno l’albero dove era sistemato Rigoletto e lo aveva schiantato in due. La gabbietta del suo fido compagno era aperta, ma il merlo non era volato via, era steso sul terreno, fulminato dalla scarica elettrica e il suo corpo stava vibrando ancora per gli ultimi esili spasmi di vita. Manolo lo raccolse con cura, mentre la pioggia copiosa bagnava il suo viso confondendosi con le lacrime che lo stavano solcando. Il ragazzo osservava disperato quel piccolo corpicino così speciale per lui, incurante del nuovo temporale che imperversava sulla collina, quando un nuovo schianto, lo fece ritornare alla realtà. Resosi conto del pericolo, si ficcò Rigoletto in tasca e corse verso casa lasciando tutto nel capanno. La burrasca alla fine svanì portandosi lontano il brontolio delle sue intemperie. Rigoletto giaceva su un tavolo giù nella cantina vegliato come un parente dal giovane cacciatore. Poi Manolo si rassegnò alla sua perdita, lo avvolse in un panno bianco e tolto un mattone dal pavimento della stanzetta dei suoi cantori, lo seppellì lì sotto, non riuscendo a trattenere altre lacrime mentre lo ricordava, solo pochi attimi prima, accucciato goffamente a battere la coda per far avvicinare qualche bella merla. Il suo ultimo concerto era stato anche il suo capolavoro, e mai nessun altro come lui riuscì più a diffondere tra le querce di Macchia Fitta quelle noti dolci e melodiose, che sommessamente avevano la facoltà di richiamare irresistibilmente ogni pennuto che transitasse in quella stretta radura.

 

Giorgio Creatini

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