“Prima di Natale……” (7 Dicembre 1987)
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  • La tua armeria sul Web..

“Prima di Natale si spenna, dopo Natale si pena”-..Era in questo vecchio detto Veneto che riponevo le mie ultime speranze dopo un autunno, che quasi giunto alla fine, si era rivelato come uno dei più vuoti. Anche i primi di Dicembre, che di solito erano sempre i più proficui, quell’anno furono alquanto deludenti. Colpa forse, di un insolito vento di tramontana che allora imperversava da giorni. Per Natale c’era ancora tempo,per gli uccelli invece,non ne ero più tanto sicuro. Quel pomeriggio l’aroma del caffè bollente,che in quel momento, andava diffondendosi per tutta la stanza, mi sembrò l’unica cosa che veramente potesse tirarmi su , mentre appiccicato ai vetri della finestra,osservavo il lungo viale di Platini e le poche foglie ancora rimaste attaccate ad essi, che a forza venivano strappate via dalla tramontana.”Vento buono”- lo definiva il Niccolini – ” Non certo dalle mie parti però ”- pensavo io, quando, rannicchiato nell’appostamento in riva al mare, gli unici a volare con detto vento erano i gabbiani, che ad ali spiegate si lasciavano trascinane,come aquiloni in balia del vento, per l’azzurro cielo sgombro di nuvole. Quando verso le due, suonò la sveglia, il vento doveva essere ancora forte, perché oltre ad avvertire il continuo cigolio di una vecchia anta,anche il malfermo lampione,posto sul lato opposto della strada,dondolando,faceva si che la sua luce entrasse a tratti dalla persiana socchiusa della camera da letto. Lasciai così, anche se a malincuore, il tepore delle coltri,che insieme alle profumate lenzuola avvolgevano in un tenero abbraccio ancor più profumate e vellutate carni. La sera prima alcuni amici incontrati nella solita armeria, mi riferirono che a Sibari c’era un visibilio di uccelli, fui invitato ma rifiutai .Frequentavo solo saltuariamente la zona,dove avevo realizzato anche discreti carnieri,ma tre ore di macchina nel cuore della notte,e l’incertezza di potermi assicurare un buon ”posto”, mi facevano decidere spesso per la mia cara Foce Sele. Preferivo, il più delle volte, i “ pochi,buoni e dannati” ai più vistosi carnieri del “ Salice ” o del “ Muraglione ” nei pressi del porto. Dopo circa una quarantina di minuti, percorsi come sempre su una litoranea a quei tempi del tutto priva di illuminazione,giungemmo sul posto, dove imboccammo la solita stradina che come un grosso serpente si snodava nella pineta ,portandoci, dritti tra le dune. Scesi dalla macchina e mi diressi verso la spiaggia. Quanto più mi avvicinavo ad essa però, più sentivo che il vento proveniente dal mare andava man mano aumentando,la tramontana era calata di colpo,lasciando il posto ad un indefinito venticello che sulle prime sembrava essere scirocco. Al chiaro di luna, già da lontano, era ben visibile il bianco incresparsi di piccole onde,ciò avrebbe impedito di calare le stampe. Non restava che tornare indietro o dare prima un occhiata alla foce,dove il fiume formava una grande ansa poco prima di confluire in mare,ansa che per accaparrartela dovevi partire il giorno prima,in particolare quando il mare era mosso,come pure il piccolo pantano a ridosso di questa, che oggi purtroppo non esiste più, perché un improvvisa deviazione del fiume lo spazzò via insieme ai tanti ricordi di caccia, dei quali, gelosamente,ne era il custode. Parecchie volte quell’ansa e quel pantano erano stati miei, premio di tante corse vinte sul filo di lana contro “paparai agguerriti” come solo i ” Pezzari” oppure i ”Gragnanesi”, tanto per citarne qualcuno, sapevano essere. Il tronco di pino mezzo marcio disteso li a terra da tempo,ci ricordò che lo sterrato finiva lì. Superato il dedalo di canne palustri guadagnammo così l’ansa, che era stata lasciata libera, proprio dai Gragnanesi il giorno prima,come poi ci fu detto,dopo che questi con estenuanti cambi l’avevano tenuta occupata per più giorni senza però avvistare un solo uccello. Diego non era il mio compagno abituale,anche perché novanta volte su cento andavo da solo a caccia,come da solo preparavo la buca,il gioco,le anatre,e tutto il resto,metti poi che in terreno libero,dove ho sempre cacciato,si partiva parecchio prima,e il più delle volte il letto era solo un miraggio. Comunque quella volta fu lui a preparare il cesto con canne e quant’altro trovava nei pressi dell’ampia ansa conficcandole ai suoi margini dove l’acqua sembrava immota,e anche se la sua caccia era più alla beccaccia che alle anatre se la cavò abbastanza bene. Io distesi le stampe ,poche, ben disposte,lasciando spazio davanti al cesto, dove al mattino avrei calato le anitre da richiamo e dove speravo si sarebbero posati gli uccelli. Nel frattempo Il vento sembrò aumentare,ora piegava sempre di più le chiome del piccolo canneto ,così come aumentò l’alternarsi di grosse nuvole, nere e compatte,sicuro presagio di pioggia. Il tempo si preparava al peggio e già di tanto in tanto il cupo orizzonte veniva illuminato da improvvisi bagliori. Guardai l’orologio,le quattro, ancora due ore o poco più e sarebbe giunta finalmente l’alba. Nell’attesa però fui preso dall’ansia,avevo il sentore che gli uccelli,per defilarsi alla perturbazione,già stessero risalendo il corso del fiume sfiorando l’oscura e fitta pineta. Per fugare ogni dubbio dovevo calare i richiami, e così feci. Dopo che le cinque “germanate” furono posate in acqua, stavo legando il maschio per porlo all’asciutto, allorché fu subito un continuo susseguirsi di “strette” sempre più insistenti e chiassose, tanto, che infrangendosi sulla fitta pineta se ne risentiva l’eco. Mi precipitai nel cesto proprio mentre un branchetto di uccelli calò sulle stampe, all’insistente stretta delle anatre germanate si diedero su, scomparendo in un baleno, li rivedemmo sbucare poco dopo alle nostre spalle, lenti ,e quasi indifferenti a una più serrata stretta dei richiami. Qualcuno si posò distante, nel punto più buio, altri vennero alle stampe. Restammo li ad osservarli trattenendo il respiro,altri ne giunsero. Poi,come inghiottiti dal nulla, in uno sciabordio d’ali scomparvero “ Se tornano!!”-pensai. Due ore rubate alla notte dopo le tante che lei aveva rubato a noi, quella volta ci sembrarono ben poca cosa. Tornarono, non una ma cento volte. Non bastò il thermos di caffè che il barista dell’Ufo Bar,sulla lungomare di Salerno,ci aveva quasi riempito la sera prima, così come non bastarono, in quelle due ore, le tante cartucce che avevamo anche in macchina. Sul far dell’alba, qualche isolato pescatore giunse alla foce col suo fardello di canne ,si accorse del gioco, e per celarsi alla vista dei selvatici si spostò più a monte,ma fu cosa vana,perché gli uccelli, che fino a poco prima s’erano presentati numerosi alla tesa,ora incuranti del gioco e dei richiami sorvolavano alti la foce,chissà per quali altri lidi. Altri invece guadagnarono il mare,e di tanto in tanto per il modo ondoso in cui questo versava,compivano dei brevi tratti sfiorando le bianche creste delle onde oramai rinvigorite da un incalzante scirocco, per poi rimettersi subito dopo. Quando,verso mezzogiorno, fu ora di andare, afferrai uno dei due fasci d’anatre e lo portai alla spalla,non prima però di averlo ordinato a metà in modo da poterne distribuire bene il peso,una metà ricadde alle mie spalle,l’altra metà sul petto,di quest’ultima,inebriandomi,ne sentivo l’odore. Ci incamminammo,sulla via del ritorno la pioggia che per l’intera nottata e anche a giorno fatto sembrava li per li voler cadere,solo ora si avvertiva per il sonoro ticchettio dei suoi goccioloni,che come tante piccole meteoriti sembrava volessero bucare il rassodato sentiero .Di li a poco giunse il Natale,la pioggia lasciò il posto a notti senza nuvole,ricche di stelle ma non di uccelli,ripensavo al famoso detto, e in modo particolare alla sua parte iniziale “Prima di Natale si spenna…….” Quella volta ci aveva preso in pieno. Riposto il fucile,come allora facevo sempre nei primi giorni di Gennaio,la mia mente già volava alle cacciate della seconda metà di Febbraio e ai pochi giorni concessi di Marzo, quando organizzati di tutto punto, si passavano giornate intere sull’arenile salernitano aspettando i branchi di Marzaiole. Ora però era tempo di pensare ai doni che la Befana avrebbe dovuto portare per le mie care,pregustando già le grida di gioia della mia piccina,quando,di primissimo mattino,saltata nel “lettone” insieme alla mamma li avrebbe aperti. In quanto al mio di regalo,quell’anno era arrivato in largo anticipo sulla Befana.

 

 

9/Luglio/2011
Luigi Fiorenzo

Email: luigi.fiorenzo@libero.it

 

 

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