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di Antonio BUONO*
Il mio cane Liunerd (leggi Leonardo in panzese, frazione di Forio d’Ischia ) fino a pochi giorni fa e ancor prima di andare a scuola, (geometra) aveva la buona abitudine di comprare con i suoi soldi un quotidiano dell’isola d’Ischia, aggiornandosi sugli avvenimenti socio-culturali, politici e sportivi, ma con un evidente interesse alla pagina che riguardava i suoi simili, giacché perennemente intenzionato a fare lo sporcaccione con le cagne sole e bisognose di affetto.
Desiderava tanto fare una “fuitina” identica a quella di Foxi e Bella, i due cani salvati dai pompieri con l’elicottero nel mese di agosto in località “Cava Scura” ai Maronti d’Ischia , ma nel suo caso avrebbe gradito essere salvato da una mongolfiera in quanto l’effetto mediatico sarebbe stato ancora più eclatante.
Ieri mattina, avendo notato ancora pieno il suo piatto (leggasi ciotola) mi sono recato nella sua cameretta-studio (che è identica ad una cuccia per cani) e con mia grande meraviglia ho notato che era ancora a letto a dormire; a dire il vero mi sono anche spaventato poiché aveva sul comodino una scatola di medicine completamente vuota, ma notando la scritta “viagracan” mi sono tranquillizzato. A quel punto, essendo ormai sveglio, mi ha spiegato tutte le ragioni del suo insolito nonché assurdo comportamento: in primo luogo non aveva mangiato perché considerato l’accaduto non aveva fame, di fare il geometra non ne voleva più sapere, poiché il professore gli faceva “disegnare” sempre gli stessi luoghi dove lui abitualmente fa la pipì, e “dulcis in fundo” (ha detto proprio così) si è licenziato dall’autolavaggio di Parlantonio dove lavorava part time, poiché quest’ultimo gli aveva fatto un finto contratto per non pagargli i contributi, si divertiva a fargli il bagnetto con la pistola idropulitrice che lo stesso Liunerd usava per lavare le macchine, e come se non bastasse, gli fregava pure le mance.
Eppure, c’era qualcosa che non mi convinceva, aveva un’espressione triste, troppo triste.
Non mi restava che giocare l’ultima carta per sapere tutta la verità e quindi gli feci la promessa di comprargli il tanto desiderato motorino.
Un’immensa gioia lo colpì e fu a quel punto che mi raccontò le ragioni di tanto dolore: aveva letto nella rubrica “cani da adottare” che i cacciatori fanno lavorare e soffrire i propri cani. Solo allora tutto fu chiaro: lui, cane di un cacciatore, doveva soffrire e lavorare proprio come un cane per portare soldi a casa. Fui immensamente turbato da un irrefrenabile desiderio di dargli un calcio nel sedere, diseredarlo e cacciarlo di casa; tutto questo solo per un istante, poiché mi accorsi che c’era un banale errore di interpretazione nella lettura del testo “cani da adottare”.
Difatti Liunerd, in un primo momento credeva che si trattasse di uno scherzo fatto da una cagnetta di nome “UNA”, ma con il ripetersi dell’inserzione, aveva capito che la cosa puzzava di marcio.
Alla fine per dissipare tutti i dubbi gli spiegai in modo chiaro ed inequivocabile che “UNA” non era affatto “una qualunque”, ma ancor più semplicemente un movimento con sigla “ U.N.A.”, un gruppo di ragazzi dalle iniziative encomiabili a favore degli animali, anche se la sigla non so proprio cosa volesse intendere.
Morale della satira?
Nel merito, giusto per mettere in chiaro alcune incongruenze apparse più volte sul quotidiano ischitano, laddove si chiedeva di adottare i due setter salvati ai Maronti, ma col diniego assoluto di donazione ai cacciatori poiché questi maltrattano i propri ausiliari facendoli lavorare in modo abnorme.
Assurdo! Certi pseudo-animalisti hanno serie difficoltà a comprendere l’importanza che ha per un cacciatore allevare, addestrare ed accudire un cane fino a quando il tutto, attraverso giochi e carezze, si magnifica in una “simbiosi d’amore.
Nel tempo, la perdita del proprio cane si identifica con la dolorosa espressione: “ è come se avessi perso un figlio”.
Tra le lacrime, ciò che resta è solamente il ricordo delle bellissime giornate di caccia passate insieme, allorquando il bosco si tingeva di colori e di suoni.
Ed è quel “vedere oltre l’immagine”, fin dove l’illusione vive, lontano, “fuori del tempo”, sulle ali di un sentimento meraviglioso che si nutre di passione e amore, che la cultura della caccia s’immerge nei meandri della poesia.
Se così non fosse, ecco che nessuno di noi potrebbe essere “cacciatore dentro”, poiché al contrario “l’andare a caccia” sarebbe uno sport, laddove la vittoria finale verrebbe ad essere la morte di un animale come mero trofeo e… fine a se stesso.
*cacciatore a vita

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