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Storia di caccia

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    Storia di caccia

    Due Cuori ed un Capanno

    di Giovanni Tallino



    Lella ed io eravamo stati "fidanzatini" quando andavamo al liceo.. Niente di serio. Vergine io e vergine lei quando cominciammo ad uscire insieme, ci eravamo poi lasciati nelle stesse condizioni fisiche quando le vicende della vita ci spinsero piano piano via l'uno dall'altra. Pero', diciamo cosi', ci eravamo lasciati vergini soltanto a meta'. I giochi di mano non sono soltanto da villano, ma anche da ragazzini che devono pur dare uno sfogo alla loro passione, agli ormoni che cominciano a galoppare imbizzarriti nel sistema endocrino...

    Seppi poi per caso, da un amico comune, che si era sposata qualche anno dopo con Nando, un mio compagno di liceo, che lei aveva conosciuto ad una festa dopo che lei ed io ci eravamo lasciati. Nando ed io eravamo stati piu' che compagni di scuola. Uscivamo spesso a caccia insieme. Nando aveva un anno piu' di me e aveva gia' preso la patente l'estate prima dell'ultimo anno di liceo, ed aveva una Fiat 850. La Domenica andavamo a lodole a Nettuno, o a tordi in Sabina, a Poli, o Montelibretti, o dovunque speravamo ci fossero tordi in abbondanza--il che accadeva di rado--"Eh," ci diceva qualche contadino o pecoraro incontrato al ritorno con i laccioli ben lontani dall'essere colmi, "dovevate da esse qui aieri. Era pienu de tordi--te cecaveno l'occhi. Er piu' beccamortu de li cacciatori n'e' pijati armeno quinnici!"

    Ci consolavamo fermandoci ad una fraschetta e assaporando una mezza pagnottona a testa imbottita di prosciutto rozzo, tagliato a fette spesse, robuste, non ectoplasmiche come quelle che oggi cerchi di tirare fuori dall'impacchettatura di plastica e, macche', sono tutte appiccicate insieme e le riduci a straccetti se provi a separarle. Aprivamo le nostre mezze pagnotte e annerivamo il prosciutto con un pugno, non un pizzico, di pepe--il che ci dava una buona scusa per annientare il fiasco di rosso che ordinavamo insieme al pane e prosciutto.

    Poi venne la licenza liceale, l'universita', chi si trasferi' in un'altra citta', chi comincio' a frequentare altri gruppi, chi semplicemente spari' nel gorgo degli anni che passavano. Anch'io "presi moglie," o forse sarebbe pu' giusto dire che lei prese me. Mi prese... per i fondelli. Non duro' a lungo, neanche fino alla proverbiale crisi dei sette anni. Mi ci vollero tre anni per accorgermi che era una troia, e che se le corna fossero materiali e non simboliche avrei stentato a passare per la porta di casa, sia per la loro lunghezza che per la loro larghezza. Chi ci e' passato sa che il divorzio non sana le ferite passate. e quel che e' peggio, anche se non sei tu il colpevole, non puoi fare a meno di chiederti se la tua inadequatezza come marito, come amante, come uomo non ne sia stato la causa. Per un paio d'anni di donne non ne volli sapere. L'unica passione che mi rimase era la caccia. Ogni volta che il mio lavoro (ero diventato un avvocato e--molti mi dissero e mi dicono--anche un bravo avvocato) mi lasciava un po' di tempo, via per campi, boschi e paludi con lo schioppo e i mei cani, prima Star, la mia pointerina che mi mori' fra le braccia un giorno d'apertura per il morso di una dannata vipera, poi Brook, uno spinone italiano testardo come un abruzzese, poi Jersey, la mia Labrador da ferma, importata dall'Inghilterra, una delle prime di quel ceppo fantastico di intelligentissimi animali.

    Un giorno, girovagando piu' in cerca di ricordi che di prede. andai a tordi vicino San Vito Romano. Il posto era cambiato, tanti degli uliveti erano stati soppiantati da villette recintate, da strade asfaltate, piccoli supermercati. Lo chiamano progresso. Mah! Riuscii a trovare un posto che non era parco o zona residenziale, parcheggiai la BMW e--senza cane stavolta--mi avviai su per una collinetta dalla quale avevo sentito provenire diversi spari. C'era un capannello provvisorio, una rete mimetica e erbacce infilate in essa che la mascheravano un po' meglio. Dal capanno parti' un solo colpo, ed un "collarone" (palombaccio) perse un po' di penne e prosegui'. Lo seguii con i miei occhi e lo vidi vacillare, poi cadere sfarfallando a un centinaio di metri. Tenendo gli occhi fissi sul punto di caduta raggiunsi il cespuglio dove l'avevo visto cadere, e l'abbondante spiumata mi rese facile il compito di recuperarlo. Poi ritornai al sommo della collinetta, e alzando il palombaccio in aria per la punta di un ala chiamai: "Cacciato', ma questo non lo vuoi?" Il cacciatore venne fuori dal capanno, e mentre gli spiegavo l'accaduto e gli porgevo l'uccello la cui caduta non aveva notato, mi accorsi che si trattava di Nando allo stesso momento che lui si accorgeva che quest'illustre sconosciuto che si sarebbe potuto fregare il colombo e non l'aveva fatto non era affatto uno sconosciuto ma era stato il suo compagno di scuola e di caccia. Non mi dilungo a raccontarvi i dettagli del nostro incontro. Chiunque abbia riincontrato un buon amico perso di vista tanti ann prima sa bene che cosa si prova e che cosa si fa in tali situazioni. Fast forward fino alla" rimpatriata," la cena a casa sua. A Lella non aveva detto chi aveva invitato a cena. Le aveva detto soltanto "un vecchio amico." Quando mi presentai con una bottigia di champagne francese per la cena ed un mazzo di rose rosse per la signora, Lella era in cucina. Nando ed io ci sedemmo nel salotto, sorseggiando un Martini, e quando Lella entro' per dare il benvenuto al "vecchio amico" si blocco' sulla soglia come fulminata. Di anni ne erano passati, ma lei mi riconobbe immediatamente. Ci abbracciammo, forse un paio di secondi piu' a lungo del consentito. Non sapevo se lei avese detto a Nando di quel poco e di quel tanto che c'era stato fra noi. Di certo non toccava a me dirglielo.
    Fu una cena difficile per me. Dentro di me non potevo fare a meno di paragonare quella leggiadra, spiritosa, e soprattutto dolce signora alla donna alla quale ero stato sposato per tre anni di sogno, un sogno poi trasformato in incubo quando avevo scoperto la sua vera natura. Mi domandavo come sarebbe stata la mia vita se avessi sposato Lella, invece di "quella." E invidiavo Nando, che non era solo come me, costretto a dormire in un letto vuoto e freddo ogni notte.
    Poi, dopo cena, fumando Marlboros e sorseggiando cognac nel salotto, venni a scoprire un'altra cosa che mi rese ancora piu' geloso: Nando aveva contagiato Lella con la passione per la caccia. Prima le allodole con la civetta, caccia comoda, facile, poi spollo ai tordi, poi qualche fagiano in riserva... Lella ormai era una cacciatrice provetta, ed il giorno del palombaccio che mi aveva fatto incontrare di nuovo il mio vecchio amico era rimasta a casa soltanto perche aveva un brutto raffreddore. I due avevano perfino affittato un ottimo "chiaro" in Puglia, con un comodo capanno in muratura mezzo sotterrato, con soltanto le feritoie e un palmo di muratura ben coperta di frasche al di sopra della riva del chiaro, ben tenuto e sorvegliato da un contadino locale che manteneva anche cinque anatre germanate ben addestrate che portava al capanno quando i "signori" lo chiamavano per annunciargli il loro arrivo. Il contadino teneva d'occhio il passo delle anatre e pasturava il chiaro per tenerle in zona.
    Nando era un dottore affermato, primario di una clinica, e questi lussi se lli poteva permettere. Lui cacciava con un Cosmi, purtroppo semi-evirato e capace soltanto di sparare tre colpi invece di otto, grazie ad una legge stupida. Lella aveva ordinato una doppietta inglese a cani esterni e "sidelocks" veri--non le "cartelle" finte messe li' solo per figura.
    Un altro fast forward: si sa come procedono queste amicizie, specialmente se sono fra una coppia ed un single, che viene quasi adottato dalla coppia. Fu cosi' che io divenni di nuovo capace di ammirare ed apprezzare una donna. Ma era la donna di Nando, non la mia. Mia--in parte, superficialmente--era stata tanti anni fa. Chissa' se si ricordava ancora la vecchia Cinquecento, i primi goffi brancolamenti di mani indiscrete, i gemiti, i fazzolettini di carta, la paura che qualcuno ci sorprendesse in un atteggiamento intimo... Io queste cose me le ricordavo di certo, purtroppo, e mi ronzavano nella mente sempre di piu', come calabroni adirati, anche se cercavo disperatamente di non darlo a vedere a Nando, ma soprattutto a Lella.
    Poi l'impensabile ed insperabile avvenne. Nando doveva andare a un convegno in Germania e sarebbe stato assente per un'intera settimana. E proprio quando stava per partire gli arrivo' una telefonata dalla Puglia. "Francesco," mi disse Nando al telefono," il contadino che mi mantiene il chiaro m'ha detto che il chiaro e' pieno di anatre, e che se l'ondata di freddo regge dovrebbero rimanere in zona per qualche giorno. Lella ci teneva tanto a fare un bel carniere di anatre. Me lo fai un piacere? Ce l'accompagni tu, se puoi?" Rimasi muto per parecchi secondi, sperando che Nando non sentisse attraverso il telefono il tambureggiare del mio cuore... "Be'? Allora? Che dici, me lo fai questo favore?"
    Terzo fast forward: Lella ed io siamo nel capanno. E' notte fonda, ma si sente il berciare sporadico di germane al quale risponde il "quiiib, quiiib" dei capoverdi. Ali invisibili sibilano nell'aria, e qualche "splash!" fa da accompagnamento sincopato al coro. Le feritoie sono chiuse, e ci possiamo permettere una sigaretta o due. Lo sprazzo di luce dell'accendino illumina il suo volto mentre mi prende la mano per portarla vicino alla sigaretta. Avverto un certo tremore. Mio? Suo? Questa e' la mano che mi donava piacere tanti anni fa, e la mia, che regge l'accendino, era quella che contraccambiava il dono. Come non fa a pensarci anche lei? mi chiedo. Il tempo passa cosi', non so se lentamente o no. Rimaniamo muti. Questa vicinanza fa male. Vorrei essere altrove ma allo stesso tempo no, voglio essere qui con lei. L'oscurita' mi rende audace. le sfioro una guancia... "Lella," le dico, ma prima che possa aggiungere altro lei mi interrompe: "Anch'io, Francesco, anch'io," ed il secondo "anch'io" finisce in un singhiozzo. Imbaldanzito dalla certezza che anche lei ha per me gli stessi sentimenti che ho verso di lei, cerco di abbracciarla, di baciarla. Ma quella mano... quella mano che ancora mi ricordo mentre mi dava piacere mi si ferma sul petto e mi respinge dolcemente ma fermamente. "No, Francesco. Se veramente provi ancora qualcosa di bello e nobile per me, perche' vuoi trasformarmi in un' adultera come e' stata tua moglie?" Queste parole mi colpiscono nell'occhio del ciclone dei miei sentimenti come un'esplosione nucleare, disperdendolo, frammentandolo, neutralizzandone la potenza distruttiva. Mi copro il volto con le mani, rendendomi conto di come era stato meschino, vile, il mio tentativo di sedurla. "Scusami, Lella, e' stato un momento di debolezza. Io non sono cosi', credimi." Non vedo, ma indovino il suo dolce sorriso quando mi dice, "Va bene, Francesco, non farne una tragedia. Queste cose succedono anche ai migliori di noi." Poi, dopo una lunga pausa, "Sta cominciando ad albeggiare. Carichiamo i fucili e apriamo piano piano le feritoie senza far rumore. Questa sara' una giornata meravigliosa, lo sento. Tu ed io ne abbiamo veramente bisogno."
    A denis96, arsvenandi e 6 altri utenti piace questo post.
    CHI SE FA PECORA OBBEDISCE AR PECORARO!

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