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Storia di un fucile

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  • Storia di un fucile

    Erano gli anni d'oro della caccia in Italia fra le due guerre. C'era di tutto, fra penna e pelo, e non bisognava fare lunghi viaggi per cacciare. La selvaggina era ovunque alle porte di Roma, e c'erano mezzi pubblici per raggiungere zone di caccia, oggi naturalmente scomparse sotto uno tsunami di edilizia, autostrade, supermercati, parcheggi, aereoporti. A Campo Salino, oggi chiamato "Fiumicino" anche se non propriamente Fiumicino, a quell'epoca un villaggio di pescatori, i nembrotti romani insidiavano anatre e beccaccini. Vicino Ciampino le allodole "te cecaveno l'occhi," e c'erano pavoncelle, pivieri e storni. Nicola aveva acquistato un fucile monocolpo. Quello che glielo aveva venduto gli disse che era stato un fucile "da caccia grossa" la cui rigatura era stata fresata per trasformarlo in liscio. Forse. Fatto sta che era robustissimo e pesante, con la prima parte della canna, dalla camera di scoppio a un terzo della canna stessa ottagonale, mentre il resto era rotondo. La canna era molto lunga, senza strozzatura. Nicola lo caricava con cartucce calibro 12. Da principio usava ancora la vecchia polvere nera, che costava poco ma faceva una fumata tale, fitta e puzzolente, che non gli permetteva di vedere se il colpo era andato a segno o no. Poi le polveri "senza fumo" scesero di prezzo e Nicola comincio' a caricare le carttucce con queste polveri. Ma sebbene il fumo delle schioppettate adesso si fosse diradato, nuvole scure si stavano addensando sull'Italia. E continuarono ad addensarsi fino al temporale della guerra. Nicola fu chiamato a praticare un tipo diverso di caccia, sulla spiaggia di Nettuno, dove invece di quaglie arrivavano dal mare bombardieri e caccia angloamericani diretti verso bersagli italiani. Nicola era uno dei serventi ad un cannone contraereo. Lo schioppo rimase a dormire in un armadio per parecchio tempo. Poi la situazione si ingarbuglio' :i nemici di una volta diventarono amici, e gli amici di prima si trasformarono in nemici. E questi nemici proibirono agli italiani di possedere qualsiasi tipo di arma, pena la fucilazione. Con la complicita' di un casellante ferroviario della linea Roma-Nettuno, col quale Nicola era andato a caccia parecchie volte, il fucile fu lubrificato bene, avvolto come una mummia in pezze oliate, e seppellito col favore delle tenebre in un orto vicino al casello ferroviario, dove la terra era stata gia' lavorata per coltivare pomidoro e melanzane e non ci sarebbe stata una cicatrice di terra smossa a rivelare il luogo della sepoltura. Finalmente, dopo essere sfuggito a tanti pericoli e a tanta fame, Nicola accolse i Liberatori insieme a sua moglie e suo figlio Claudio. Adesso c'era da leccarsi le ferite: per dare da mangiare alla sua famiglia e a quella di sua moglie, Nicola aveva venduto tutte le sue proprieta' vicino Caivano, e la gia' esigua somma che dovette accettare (vendevano tutti e gli speculatori pagavano poco o niente) se ne era andata per comprare cibo dai borsari neri. Adesso non aveva ne' impiego ne' denaro. Ma la passione per la caccia non gli era passata. Appena gli fu possibile, dopo aver ottenuto un impieguccio statale, prese il treno per Nettuno e ando' a trovare il casellante. Insieme dissotterrarono il vecchio schioppo, timorosi di trovarlo tutto arrugginito. Macche', una volta tolto dal suo sudario e ripulito dal grasso, emerse bello e luccicante come prima. Ma adesso c'era un altro problema. Trovare munizioni, o anche soltanto i componenti delle cartucce era quasi impossibile, soprattutto trovare la polvere da sparo. Il casellante, che ricaricava per risparmiare aveva nascosto in una stalla abbandonata una cassa di bossoli e diversi contenitori di inneschi e qualche sacchetto di pallini, ma niente polvere, che gia' aveva incominciato a scarseggiare al principio della guerra, per poi sparire del tutto.. Pero' quasi ovunque in quella zona potevi trovare munizioni belliche abbandonate sia dai tedeschi in ritirata che dagli Alleati che avanzavano. Nicola e Guglielmo, il casellante, trovarono diverse casse di munizioni inglesi per i moschetti cal. .303. Le portarono al casello e con le tenaglie ne estrassero le pallottole. Ma invece della polvere da sparo che conoscevano trovarono degli "spaghetti." Innescarono una decina di cartucce di cartone del 12 e ci infilarono dentro una piccola matassa di quegli spaghetti, spingendola giu' col calcone. Come borre pressarono entro il bossolo della carta di giornale, come si faceva ai tempi dell'avancarica. I cartoncini li avevano tagliati da scatole di cartone usando un tubo d'acciaio del diametro giusto che avevano affilato ad un'estremita' con una lima. Mettevano la parte affilata del tubo sulla scatola di cartone poggiata su una tavola di legno soffice, e con un paio di martellate sull'altra estremita' del tubo, il cartoncino era fatto, e col manico di una cucchiaia di legno veniva poi spinto fuori dal tubo. Le prime cartucce vennero cosi' caricate. Nicola e Guglielmo uscirono dal casello, sistemarono un'asse di legno per osservare la penetrazione dei pallini spinti dalla matassina di spaghetti usata. Con un po' di trepidazione, ma avendo fede nella robustezza dello schioppo, Nicola sparo' il primo colpo. Le parole "sparo' " e "colpo" non si addicono al risultato. Il suono fu una specie di soffio, come quello di un gatto arrabbiato, niente rinculo, ed un filino di fumo alla volata. Nicola apri' il fucile, e a pochi centimetri dalla camera c'era carta di giornale bruciacchiata. Con una bacchetta spinsero il tutto verso la volata, in un secchio, per recuperare i preziosi pallini. La seconda cartuccia diede risultati piu' incoraggianti. La carica usci' dalla volata, ma il botto era simile a quello di una busta di carta chiusa arrotolandone stretta l'apertura e sbattuta contro il palmo della mano. E stavolta anche i pallini furono perduti--da qualche parte fra volata e l'asse di legno, che non mostrava alcun segno di essere stata investita dal piombo. I due smontarono le rimanenti cartucce, togliendone cartoncini, pallini e "borra" e raddoppiarono la quantita' di spaghetti. Ma una matassina doppia li costrinse a diminuire lo spessore della borra per poter poi caricare una quantita' adeguata di pallini. Stavolta caricarono soltanto tre cartucce. I risultati furono "migliori," nel senso che il rumore era piu' forte e che si vedevano delle macchioline nere sull'asse di legno, ma assolutamente nessuna penetrazione. Ormai stava facendo sera, e Nicola dovette tornare a Roma. Fece promettere a Guglielmo di non continuare gli esperimenti fino alla Domenica prossima, quando lui, Nicola, sarebbe tornato.
    La settimana fu insolitamente lunga. Era autunno, ed ogni sera, tornando dall'ufficio, Nicola vedeva branchi di storni che avevano cominciato ad invadere la Capitale. Quanto gli sarebbe piaciuto mettere una schioppettata in una di quelle nuvole di uccellacci neri volteggianti nel cielo e fra gli alberi. Finalmente arrivo' la Domenica. Sbarcato dal trenino, si fece la lunga camminata dalla stazione al casello, e busso' alla porta di Guglielmo. Guglielmo aveva la mano sinistra fasciata ed uno sguardo da cane bastonato. "Nico'," gli disse prima che Nicola avesse tempo di chiedergli l'accaduto, "sono finalmente riuscito a trovare il modo di mettere piu' polvere nelle cartucce. Ho tagliato gli spaghetti a pezzettini e ci ho caricato cinque cartucce. Erano perfette. Guarda." Mostro' a Nicola l'asse di legno, che presentava fori profondi. Sparata anche a un'anatra o a una lepre la cartuccia sarebbe stata micidiale. E la rosata, sparata da trenta metri, era anche bella stretta e ben guarnita, senza vuoti. "Poi invece di sprecare le altre quattro cartucce sono andato alla stalla abbadonata, che e' piena di piccioni inselvatichiti e guarda." E tiro' fuori dalla dispensa tre piccioni stecchiti e senza una macchia di sangue. "E l'ultima cartuccia?" gli chiese Nicola, che gia' pregustava una cacciata col vecchio schioppo. "Nico', mi dispiace. L'ultima cartuccia, l'ultima cartuccia..." Smise di parlare, apri' un armadio e tiro' fuori lo schioppo. L'astina era scomparsa del tutto, e la canna s'era aperta a striscioline a raggera fino quasi dal castello...
    Nicola dovette aspettare parecchio prima di poter tornare a caccia. Finalmente, dopo aver risparmiato abbastanza, compro', nel 1948, una Bernardelli Roma nuova fiammante. Ma il ricordo di quel monocolpo col quale aveva incarnierato centinaia di capi non svani' mai, tant'e' vero che quando suo figlio, nato lo stesso anno di quando Nicola compro' la Roma, fu grande abbastanza da capire, Nicola gli racconto' spesso, a casa e poi anche anni dopo, quando cominciarono a cacciare insieme, di quello splendido monocolpo "da caccia grossa" trasformato in schioppo da caccia, finito cosi' tragicamente a causa della Perfida Albione e della sua stramaledetta Cordite.
    A erchiappetta, beccaccione e 14 altri utenti piace questo post.
    CHI SE FA PECORA OBBEDISCE AR PECORARO!

  • #2
    Bella, bellissima storia.
    Etiam si omnes, ego non.
    -------------------------------------------------------
    " ... noi scateneremo il gatto del sabotaggio se non avremo quel che ci spetta!"
    (“The Harvest Song” di Ralph Chaplin)

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    • #3
      Originariamente inviato da waxe Visualizza il messaggio
      Bella, bellissima storia.
      Grazie, troppo buono.
      CHI SE FA PECORA OBBEDISCE AR PECORARO!

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      • #4
        Come sempre er Sor giovanni ci ammalia con storie belle assai.
        Subito dopo la guerra molti riciclavano armi belliche eliminando la rigatura, facendole diventare a pallini.
        Per come siamo messi adessi con le armi , è difficile capire quante ne girassero.
        Altri tempi, se si pensa che esisteva la figura del cacciatore professionista, che si guadaganava la pagnotta vendendo il ricavato delle sue cacciate, papà quando lavorava nella zona di Nettuno subito dopo la guerra, andava a caccia con uno di questi signori che aveva allargato il più possibile il suo schioppo per farlo diventare cilindrico in modo di non rovinare le prede per poterle vendere non dovevano certo essere aperte da una micidiale carica di piombo.

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        • #5
          Andare a caccia subito dopo la guerra nella zona di Nettuno, Campo di Carne, e tanti altri posti nella fascia costiera a sud di Roma richiedeva molto coraggio. C'erano parecchi campi minati lasciati dai tedeschi in ritirata. Ancora mi ricordo, quando facevo le elementari, i manifesti affissi alle pareti delle aule con tutti gli ordigni esplosivi e/o incendiari che ancora si trovavano nelle campagne e l'ingiunzione di 'Non Toccare!" E ogni tanto qualche ragazzo ci lasciava la pelle perche' non solo toccava, ma cercava anche di smontare o far esplodere l'ordigno trovato. Lessi una sessantina di anni fa, su "Roma Venatoria," un racconto dal vero su Campo di Carne e sul casellante della ferrovia (o capostazione dellla stazioncina, non ricordo) che appena dopo la guerra aveva sempre carne di selvaggina in dispensa, probabilmente sotto sale o insaccata. Quando sentiva un botto andava cautamente nella zona da dove era provenuto il suono dell'esplosione, e quasi sempre trovava una lepre o un cinghiale che aveva fatto brillare una mina. Certo, ci sara' stata parecchia carne da scartare da queste vittime animali delle guerre umane, ma a quell'epoca la carne costava tanto, se pure la si trovava, e qualsiasi pezzo fosse riuscito a salvare da una carcassa piu' o meno maciullata era ben accetto. E lo scrittore del racconto affermava che la zona era letteralmente piena di selvaggina, dopo tanti anni di guerra quando nessuno andava a caccia. E mi sa che anche dopo la guerra a caccia li' ci andavano solo i fegatacci. Le mine mi fanno veramente paura. Pensa che quando stavamo sistemando il giardino intorno alla nostra villa appena costruita nella campagna fra Grottaferrata e Frascati (oggi non piu' campagna) spunto' fuori dalla terra un aggeggio che sembrava una scatoletta di carne con un "manico" di una quarantina di cm attaccato ad essa. Sembrava proprio una bomba a mano tedesca. Chiamammo i carabinieri, ed un milite la guardo' bene, da tutti gli angoli, si inginocchio' e con la mano ne spolvero' delicatamente il terriccio che ne copriva il manico in parte. Poi la raccolse, e la butto' su un mucchio di sassi che avevamo tolto dalla terra. Era parte di una tubatura, o di uno scaldabagno. Ma il milite ci disse che avevamo fatto bene a chiamarlo, perche' "non si sa mai." Aggiunse che se fosse stata una bomba a mano il manico sarebbe stato di legno, non un tubo di metallo.
          CHI SE FA PECORA OBBEDISCE AR PECORARO!

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          • #6
            Bella storia d'altri tempi ! Cmq come dice Beccaccione era consuetudine tra chi masticasse di caccia e fucili nell'immediato dopoguerra,recuperare le armi da caccia nascoste prima degli eventi bellici e metter mano a quello che s'era trovato dopo l'8 settembre e oltre ! Mio Padre e i suoi fratelli avevan tutti moschetti di varie provenienze che un tornitore compiacente dalle parti di Ponte Milvio ricalibrava in monocolpo ad otturatore in calibri piccoli...credo 24 o 36,qualcuno scoppiava allegramente per i dosaggi quanto meno approssimativi dei novelli ricaricatori,altri sopravvissero fino agli anni '60 quando mio Nonno regolarizzo' la situazione facendo sparire tutto in pozzo ! Se non ricordo male mio zio Mario ci rimise un polpastrello e un timpano seppur fossero parecchio avvezzi a maneggiare polveri varie,quando non veri e propri ordigni ! Cmq il massimo in tempo di pace lo raggiungevano col carburo.....passione che mantenerono fino al finire degli anni 70....tant'e' che ne ho anch'io memoria !

            Per farsi un idea



            Nella zona di Nettuno che non frequento piu' da qualche stagione io stesso insieme a mio Fratello incappammo per 2 volte in ordigni inesplosi di una certa entita' ! Chiamammo in entrambi i casi i cc che provvederono a transennare con nastro nell'immediato per poi provvedere alla rimozione degli ordigni ! Eran sempre delle belle supposte da una 50 di kg con tanto d'alette ...probabilmente provenienti da qualche caccia americano .

            Un saluto.

            "e si cara bella gente,staro' li' a sogna' beatamente....perche' in fonno de 'sto poro monno,ormai,nun me ne po' proprio piu' frega'niente!

            Anzi....mo' ve lo dico: con grande gioia rincontrero' n'Amico!"

            CIAO MAURE' !!!

            Tributo al piu' grande.......clicca sotto !!!
            https://www.youtube.com/watch?v=bYTJ-MzxkkY

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            • #7
              Papa' era stazionato a Nettuno, come servente al pezzo di una batteria contraerea. Mi raccontava di episodi di guerra. Entravano aerei Alleati provenienti dall'Africa per bombardare l'Italia. La batteria di Papa' provava a fermarne almeno qualcuno, ma molti dei proiettili di cannone non esplodevano in aria, e molte delle munizioni da cannone neanche sparavano. Erano state sabotate in fabbrica, Papa' mi disse. Diceva che le munizioni da cannone spesso avevano segatura nel bossolo invece della polvere da sparo. Per chi conosce un cannone antiaereo, se la munizione funziona, il rinculo apre la culatta automaticamente, dopo l'uscita del proiettile, grazie ad un sistema idraulico, e la culatta rimane aperta per qualche secondo per permettere l'inserimento di una nuova munizione. Il tutto (apertura, sparo, riapertura, caricamento, richiusura, sparo) avviene rapidamente. Ma se la munizione fa CLICK! come succedeva spesso con le munizioni sabotate, bisogna riaprire la culatta manualmente, il che richiede tempi piu' lunghi. Cosi', grazie agli "eroi della resistenza" nelle fabbriche di munizioni, quasi tutti i bombardieri entravano piu' o meno indisturbati a distruggere citta' italiane. Una cosa da ricordare, per quelli che hanno perduto genitori, zii, cugini e nonni per le bombe cadute sulle loro case, quando l'ANPI fa i suoi cortei e atteggia a salvatore dell'Italia e chiama Salvini "assassino."
              Una volta, quando gli amici non erano ancora nemici e i nemici non erano ancora amici, Papa' e gli altri serventi erano indaffarati con il loro cannone, mentre ai lati del cannone c'erano due mitragliatrici pesanti, manovrate e sparate da soldati tedeschi. Entravano bombardieri con la loro scorta di caccia. Un caccia venne basso, sfiorando le onde del mare, e apri' con tutto cio' che aveva sulla batteria di Papa'. Papa' senti' come un possente pugno allo stomaco. Quando rinvenne, la sua giubba era sbottonata. No, i bottoni ancora c'erano, ma non erano piu' nelle asole, come se una mano li avesse sbottonati uno dopo l'altro. Papa' si palpo' tutto il corpo. Nemmeno un graffio. Ripresosi dallo stordimento si guardo' intorno. I suoi commilitoni erano anche loro incolumi. Ma i tedeschi alle mitragliatrici erano letteralmente maciullati, irriconoscibili. E l'elmetto di Papa' non fu mai piu' ritrovato.
              L'episodio del fucile scoppiato in mano al casellante e' dal vero. Il fucile era di Papa'.

              CHI SE FA PECORA OBBEDISCE AR PECORARO!

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              • #8
                Sempre per tornare a Nettuno, o zone simili, nel dopo guerra quando la fame era tanta , c'erano degli impavidi che si dedicavano a ricavare i metalli dalle bombe inesplose , sempre il babbo raccontava che quando dal suo ufficio sentiva una sirena d'ambulanza quasi sempre partiva per andare a recuperare i malcapitati.
                Per chi non abbia mai vissuto la guerra , per sua fortuna, o i periodi subito successivi, è quasi impossibile capire cosa accadeva e come ci si arrabbattasse.
                Molti dei motori dei carrarmati e di altri mezzi militari abbandonati sono diventati il cuore di pescherecci; se non ricordo male anche l'inizio della fortuna di Lamborghini nasce dal riciclo di mezzi bellici da cui motori si faceva di tutto non ultime mietitrebbia o altro necessario per la coltivazione dei campi. Se la memoria non mi inganna, parlo di racconti ascoltati moltissimi anni orsono, questi andavano a benzina , pensate oggi con il costo dei carburanti cosa potrebbe significare l'utilizzo di un mezzo pesante così alimentato.
                Sarebbe una follia.

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                • #9
                  Originariamente inviato da beccaccione Visualizza il messaggio
                  Sempre per tornare a Nettuno, o zone simili, nel dopo guerra quando la fame era tanta , c'erano degli impavidi che si dedicavano a ricavare i metalli dalle bombe inesplose , sempre il babbo raccontava che quando dal suo ufficio sentiva una sirena d'ambulanza quasi sempre partiva per andare a recuperare i malcapitati.
                  Per chi non abbia mai vissuto la guerra , per sua fortuna, o i periodi subito successivi, è quasi impossibile capire cosa accadeva e come ci si arrabbattasse.
                  Molti dei motori dei carrarmati e di altri mezzi militari abbandonati sono diventati il cuore di pescherecci; se non ricordo male anche l'inizio della fortuna di Lamborghini nasce dal riciclo di mezzi bellici da cui motori si faceva di tutto non ultime mietitrebbia o altro necessario per la coltivazione dei campi. Se la memoria non mi inganna, parlo di racconti ascoltati moltissimi anni orsono, questi andavano a benzina , pensate oggi con il costo dei carburanti cosa potrebbe significare l'utilizzo di un mezzo pesante così alimentato.
                  Sarebbe una follia.
                  Qui da noi il gasolio (diesel) costa piu' della benzina.
                  CHI SE FA PECORA OBBEDISCE AR PECORARO!

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                  • #10
                    Se volete rivivere la storia della II guerra mondiale nell'Italia Centrale e saperne di più sulla Bonifica Pontina visitate "La Piana delle Orme" un sito fra Latina e Sabaudia a metà fra il museo e la rivisitazione storica delle battaglie che ci sono state, è veramente interessante perché ci sono scenografie, mezzi militari divise originali raccolte in 15 hangar, il tutto nacque dal materiale rimasto dopo lo sbarco di Anzio, il proprietario di una azienda floricola raccolse in tanti anni migliaia di reperti, alcuni pervenuti da tutta Europa, cè anche lo Sherman funzionante usato per girare "La Vita è bella" di Benigni, bisogna prendersi l'intera giornata per visitare gli hangar, il posto è anche agriturismo e si mangiano delle ottime mozzarelle di bufala, ci sono stato gia tre volte e ci andrò ancora dato che ogni anno aumentano i reperti e gli hangar, provate per credere, intanto spulciate sul sito http://pianadelleorme.com/pages/ e vi renderete conto della portata del posto.
                    Ci sono stato anche in occasione dell'Anniversario dello Sbarco di Anzio, perché vengono anche quei pochi reduci rimasti in vita Americani, Inglesi e Tedeschi, veramente commovente.
                    O a Napoli in carrozza o alla macchia a far carbone.

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                    • giovannit.
                      giovannit. commentata
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                      Mannaggia! Se avessi saputo di questo posto quando nel 2000 sono venuto in Italia con mia figlia e mia moglie (figlia di un nemico poi diventato amico dopo l'8 Settembre fatidico), me ce sarebbe fionnato, a vedello! Siamo stati a Dachau, pero'. Entri curioso, ed esci rimpiangendo di esserci entrato e di aver visto di che cosa possono essere capaci certi "esseri umani." Un magone che non ti dico, tutti e tre con le lagrime agli occhi. Pero' dovrebbe essere obbligatorio per gli esaltati di Casa Pound visitare un campo di concentramento tedesco, come dovrebbe essere pure obbligatorio per gli ultra' comunisti di andare a vedere le fosse comuni dove gli stalinisti interrarrono milioni di cittadini russi. Ma forse non capirebbero nulla, perche' i paraocchi politici e gli occhiali anneriti dall'odio non ti fanno vedere nulla. Grazie, Gianni, almeno mi sono goduto il filmato.
                      Per la cronaca, mio suocero (ormai morto da diversi anni) era un "ensign" nella U.S. Navy su una nave che faceva parte dei "convoys" fra U.S. e Inghilterra, grandi flottiglie di navi che trasportavano materiali militari per la guerra in Europa e la preparazione dello sbarco in Normandia. Ne aveva da raccontare, specialmente del terrore che avevano tutti dei siluri tedeschi, lanciati da sommergibili che seguivano i convogli come lupi che seguono un branco di wapiti. Al minimo "ping!" del sonar i cacciasommergibili scaricavano centinaia di bombe di profondita' dappertutto, spesso danneggiando con le onde d'urto di tali bombe esplose troppo vicine al convoglio le stesse navi americane. La nave sulla quale navigava mio suocero dovette essere riparata all'arrivo in un porto inglese perche' s'erano fatte delle crepe nello scafo e l'acqua aveva infiltrato i serbatoi di carburante.
                      A proposito del fatidico 8 Settembre (una cosa della quale secondo me gli italiani non dovrebbero essere fieri--arrendersi si', ma allearsi col nemico contro l'ex alleato???? Qui si dice che l'Italia e' quel paese che non finisce mai una guerra dallo stesso lato dove l'aveva cominciata. Fece lo stesso anche durante la Prima Mondiale), Papa' decise che ne aveva abbastanza. Non voleva fare il badogliano e combattere contro i passati commilitoni, al cui fianco aveva servito la Patria a Nettuno e che erano morti ai suoi lati, come ho raccontato, ne' voleva fare il repubblichino e combatere contro altri italiani. Si imbosco', e a quel punto divento' il bersaglio di ambedue i lati, repubblichini e tedeschi da un lato, badogliani e Alleati dall'altro. Ne ebbe di avventuracce. Basta fare menzione di una sola, quando riusci' a sfuggire per un vero miracolo a una retata tedesca le cui "prede" finirono tutte al muro, per rendersi conto di cio' che passo' in quei tragici giorni. Credo che piu' o meno tutti di voi abbiano simili storie da raccontare dei vostri padri. I giovani di oggi queste cose non le capiscono. Hanno dimenticato. Non gliele hanno insegnate, o se gliele hanno insegnate o erano distratti dal telefonini o avevano fatto sega a scuola quel giorno, o era roba da "matusa" della quale non gliene fregava niente. E oggi la generazione che passo' per il tritacarne della Seconda Guerra Mondiale--quelli che sopravvissero ad essa--e' ormai quasi tutta passata a miglior vita.

                  • #11
                    Mi sarei autoinvitato, mi sarebbe piaciuto visitare il posto con chi condivide, purtroppo sono sempre andato con dei/lle rompipalle che si stancano e non capiscono, l'unica è andarci da solo come ho fatto l'ultima volta, ci vuole un'intera giornata per apprezzare il luogo e non meno importante è la vita delle popolazioni prima e dopo della bonifica, il buono del regime è in parte questo, molto divertente è anche l'uso nel dopoguerra delle macchine belliche trasformate per lavorare i campi.
                    O a Napoli in carrozza o alla macchia a far carbone.

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                    • #12
                      Originariamente inviato da Gianni1° Visualizza il messaggio
                      (omissis) molto divertente è anche l'uso nel dopoguerra delle macchine belliche trasformate per lavorare i campi.
                      L'arte di arrangiarsi, una virtu' tipicamente italiana, che gli americani avevano al tempo dei pionieri e in parte fino a tre o quattro generazioni fa, ma che e' quasi del tutto scomparsa, uccisa dal benessere e dalla tecnologia. Tutto specializzato, oggi. Tutto a portata di tutti. Chi si sognerebbe di usare un trapano a colonna per orlare le cartucce, quando RCBS o Lee o Hornady fanno a botte per poterti offrire il marchingegno specializzato (non convertibille in trapano!) per farlo? Chi perderebbe tempo a modificare un motore elettrico per i tergicristallo per farlo diventare un mojo, o una giostra per stampi, quando se vai su Internet puoi ordinare cio' che ti serve e che ti arrivera' FedEx o UPS il giorno dopo? Ancora mi ricordo Papa' ed un suo amico intenti a tagliare stampi bidimensionali per le pavoncelle da lastre di lamiera, saldarci un "gambo" da infilare in terra e dipingerli. Mi ricordo ancora il fattore della tenuta "La Serena," vicino Roma, dove cacciavo tordi e cesene, che usava pigne dipinte di nero e montate su canne per attirare gli storni. Ed un contadino di Nettuno che cacciava le allodole con una pantofola di paglia con due occhi gialli dipinti sul tacco montata in cima ad una lunghissima pertica. Funzionava? Ci uccisi diverse lodole insieme a lui.Papa' si era fatto anche i pesi per la bilancina per la polvere e il piombo, usando pezzi di metalli assortiti (ricordo ancora i pezzetti del coperchio della Citrosodina di varia grandezza e peso per i decimi e centesimi di grammo). Aveva preso in prestito dei pesi commerciali, e con quelli aveva verificato il peso dei suoi, lavorando di lima fino a raggiungere il peso esatto di ognuno.
                      Io stesso mi feci un aggeggio per accorciare i bossoli di cartone recuperati a un TAV. Avevo soltanto un orlatore tondo, e i bossoli a chiusura stellare erano troppo lunghi. Tagliai un pezzo di tubo d'acciaio grosso abbastanza da inserire un bossolo fino al fondello e lungo abbastanza per poter tagliare con una lama affilata la parte che sporgeva. Papa' un accorciabossoli non ce l'aveva, perche' quando ricaricava lui la chiusura stellare era ancora di la' da venire. I bossoli venivano fuori della lunghezza giusta. Il bossolo lo riformavo a martellate date su un disco metallico appoggiato al fondello, spingendo il bossolo, dopo averlo incerato strofinandolo con un mozzicone di candela in un altro tubo leggermente piu' stretto, altrimenti tanti bossoli provenienti da fucili appena piu' larghi non si sarebbero potuti incamerare nel mio. Io ricaricavo gli stessi bossoli finche' non cadevano quasi a pezzi. Tutto a mano. Per caricare una scatola da 25 cartucce mi ci voleva piu' di un'ora. Oggi che non ricarico piu' per il liscio c'e' la pressa progressiva con misurini automatici: Trac-trac-trac-trac e ad ogni trac esce una cartuccia caricata a perfezione. In un'ora ti fai trecento cartucce. Pero' poi i tordi e le allodole e i fringuelli e le pispole, e le codazinzere, e i passeri di una volta per bruciare trecento cartucce dove li trovi, oggi? Ci sono gli storni, come e piu' di allora, ma quelli oggi sono come le vacche sacre dell'India. Tutto sommato, era meglio quando si stava peggio...
                      CHI SE FA PECORA OBBEDISCE AR PECORARO!

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