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Da sempre i proverbi hanno accompagnato il corso della storia, i proverbi sono frutto di saggezza popolare, nascono dall’esperienza dell’uomo nella vita di tutti giorni.

Il proverbio rappresenta la saggezza dei vecchi ed è senz’altro una saggezza che merita di essere tramandata ai giovani.

Fatta questa piccola premessa su un vecchio proverbio “Chi rompe paga…..ed i cocci sono suoi” credo che potrebbe calzare anche in tema di eventuali responsabilità su aspetti legati anche alla gestione faunistica ed al controllo delle specie problematiche.

Come in tutte le cose che vengono trascurate o quanto meno piccoli inefficienti interventi che in pratica non risolvono il problema ma lo spostano o lo prolungano all’infinito, con l’aggravio di ingenti somme di denaro pubblico spesi a vuoto: anche in questo caso la gestione ed il controllo della fauna problematica autoctona ed alloctona ormai ci pone davanti ad un domanda; è possibile ancora ed in particolare in questo periodo di estrema difficoltà economica che sta passando il nostro paese, continuare a sperperare denaro pubblico?

È di pochi giorni la notizia che in Provincia di Siena a causa di un incidente automobilisticosi è dovuto far ricoverare il cervo a spese del contribuente, mentre la giovane donna rimasta coinvolta ha perso un braccio e non ha diritto ad alcun risarcimento perché la strada recava la segnaletica prescritta. Quella povera donna ha perso un braccio e non vivrà più una vita normale e per giunta non verrà risarcita, oltre al danno anche la beffa, a carico del contribuente il ricovero del cervo. Non entrando nei meriti di questa disgrazia, di esempi simili in Italia è pieno. Le cause chiaramente sono molteplici ed anche concatenanti. Di fatto però nel nostro paese a differenza che nel resto del mondo, nonostante abbiamo leggi che ci dicono come intervenire, troviamo sul percorso mille impedimenti e mille ricorsi, molte volte sempre generati dagli anticaccia.

Entrando nel merito legislativo di riferimento diciamo subito che Caccia e Controllo sono due attività completamente distinte: la prima è l’ uso sostenibile di una risorsa naturale rinnovabile; la seconda è indispensabile per la migliore gestione del patrimoniozootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per laselezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico,

per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche. LO DICE LA LEGGEe non io.

Il controllo delle popolazioni di fauna autoctona ed alloctona rappresenta un’attività in deroga al regime generale di protezione di tutta la fauna che sia autoctona che alloctona. Questo è sancito dalla attuale normativa internazionale e nazionale:

  • Legge 157/92 (art. 19, commi 2 e 3)

  • Legge 394/91 (art. 11, comma 4; art. 22, comma 6)

  • Direttiva Uccelli 1979/409/CEE e 2009/147/CE (art. 9, comma 1, lettera a),

  • Legge 3 ottobre 2002, n. 221 nell’art. 19bis L.157/92

  • Convenzione di Bonn (art. III, comma 5 per le specie in ALLEGATO I )

  • Convenzione di Berna (legge 503/81, art. 9)

  • Direttiva Habitat 1992/43/CEE (art. 16) e DPR n. 357/97 coordinato DPR n.

120/2003 (art.11, comma 1)

Di fatto queste norme ci danno nell’insieme le motivazioni per le applicazioni degli interventi in deroga per il controllo delle popolazioni animali problematiche:

nell’interesse della salute e della sicurezza pubblica,

nell’interesse della sicurezza aerea,

per prevenire gravi danni alle colture, al bestiame, ai boschi, alla pesca e alle acque ed alle

proprietà,

per la protezione della flora, della fauna e degli habitat,

per la migliore gestione del patrimonio zootecnico,

per la tutela del suolo,

per la selezione biologica,

per la tutela del patrimonio storico-artistico,

per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche,

per ricomporre squilibri ecologici.

Per intervenire, tutto quanto esposto ci da anche i strumenti e le modalità tecniche e burocratiche, sintetizzando: i piani di controllo faunisticodevono quantificare il danno, menzionare le specie che ne formano oggetto, i soggetti, i mezzi, gli impianti e i metodi di prelievo autorizzati, le condizioni di rischio, le circostanze di tempo e di luogo del prelievo, il numero dei capi giornalmente e complessivamente prelevabili nel periodo, i controlli e le forme di vigilanza cui il prelievo è soggetto e gli organi incaricati della stessa.

Prendendo riferimento su dati relativi di moduli didattici in un Corso per l’abilitazione a selecontrollori nella Provincia di Lodi – Aspetti Normativi – B. Franzetti ISPRA – Motivazioni ecologiche all’origine del conflitto – B. Franzetti ISPRA, abbiamo delle conferme con delle indicazioni precise riguardo le cause dell’aumento esponenziale della fauna alloctona ed alloctona: modifiche e/o alterazioni degli habitat – immissioni e rilasci a scopo venatorioanche con soggetti non idonei e quindi potenziali “prede” – relativa scomparsa dei grossi predatori – importazione di specie per motivi economici/ornamentali e loro successivo rilascio, accidentale o intenzionale – proliferazione di discariche – incremento della disponibilità alimentare foraggiamento, etc.

A questo aggiungiamo l’ andamento decrescente del numero di cacciatori dal 1991 al 2007 si è passati da 1.400.000 a 750.000 tra il 1991 e il 2007 si osserva una riduzione della pressione venatoria quindi del prelievo del 42%.

Le conseguenze sull’aumento della fauna selvatica autoctona ed alloctona che ricadono sul territorio sono:impatti sulle attività commerciali (agricoltura, allevamento, ittiocoltura);impatto sulle altre specie – predazione diretta, impatti indiretti (distruzione di nidi), competizione alimentare; ibridazione e inquinamento genetico; trasmissione di malattie;rischi per l’incolumità pubblica; incidenti stradali, danni alle arginature;danni al patrimonio storico-culturale.

Solo alcuni dati rapportati in euro tratto dalla pubblicazione: Motivazioni ecologiche all’origine del conflitto – B. Franzetti ISPRA.

Questo è solo un piccolissimo spaccato dell’ingente mole di denaro pubblico che viene speso in Italia. Denaro che potrebbe essere utilizzato per altri fini.

Solo un esempio che riguarda il Piemonte.

Incidenti stradali: 1992-2002: 1683 incidenti periziati = € 2.190.000

Per la refusione dei danni causati dal Cinghiale Italia (2004) > € 7.000.000

Parco Nazionale del Pollino 2007-2009: € 2.212.000

Prov. Matera 2004-2010 € 1.200.000

Regione Val d’Aosta 2005-2012 € 646.659

Parco Ticino Pimonte 2003-2011 € 738.206

Parco regionale Colli Euganei

2003-2009: € 679.206 x controllo

2000-2009: € 140.396 x danni (liquidati)

La Nutria sempre più in espansione coprendo una superficie di 68.599 Kmq

11.631.721 (refusione danni)

2.614.408 (controllo)

costo medio: € 3.773.786/anno

Stima costi futuri > 9-12 milioni €/anno

Prendiamo ora ad esempio una specie che da anni è sotto l’occhio di tutti. Lo Storno Sturnus vulgaris. Ho letto recentemente su un forum, che solo in Emilia Romagna nel 2011 sono stati conteggiati danni causati dagli storni pari a € 221.000. Questo la dice lunga sui danni causati in tutta Italia.

Per parecchi anni fino al 2010 se non erro l’ISPRA ci diceva che non era opportuno includere nuovamente lo storno nelle specie cacciabili in Italia, in quanto un eventuale prelievo e continuativo nell’arco temporale che va dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio andava ad incidere su popolazioni migranti nordiche in declino. Ora la situazione di quelle popolazioni in declino sembrerebbe migliorata??? Ecco giustamente cambiare le considerazioni dell’ISPRA sullo Storno nel 2011:

CONSIDERAZIONI IN MERITO ALLA POSSIBILITÀ DI INSERIMENTO DELLO STORNO TRA LE SPECIE CACCIABILI IN ITALIA – estratto.

[…] Si può desumere pertanto che in Italia la caccia non avrebbe un impatto superiore a quello che si determina in realtà territoriali dove lo Storno è cacciabile in base all’allegato II/2 della Direttiva n. 2009/147/CE.

A) Sussistenza delle condizioni che permettono di consentire la caccia dello Storno in Italia – Assenza di criticità.A tale riguardo occorre valutare se si possa consentire la caccia rispettando i principi indicati dalla Direttiva n. 2009/147/CE e richiamati in premessa; pertanto, di seguito vengono analizzati alcuni aspetti relativi all’abbondanza della specie in Italia, allo stato di conservazione delle popolazioni e all’entità del prelievo venatorio.

  1. Importanza dell’Italia quale area dl transito e svernamento dello Storno in riferimento al contesto europeo. La posizione dell’Italia è centrale rispetto all’areale di svernamento della specie nel Paleartico occidentale. Per questa ragione il Paese ogni anno viene raggiunto da un ingente quantitativo di soggetti provenienti da una vasta area che si estende nell’Europa orientale e settentrionale. Valutazioni effettuate sulla base dei dati di inanellamento e ricattura e sulle stime delle popolazioni nidificanti hanno fatto ipotizzare che l’Italia ogni anno sia interessata dall’arrivo di alcune decine di milioni di individui, corrispondenti a circa un terzo dell’intera popolazionepaleartica.
    4. La cacciabilità dello Storno non comporta problemi per la conservazione di specie protette.Non vi sono elementi che facciano supporre che la caccia allo Storno possa pregiudicare le azioni di conservazione intraprese in Italia. La specie è facilmente distinguibile dalle altre specie cacciabili e dalle specie protette, per cui non sussiste un rischio concreto che vengano abbattuti, per errore, uccelli appartenenti ad altre specie.
    […] Conclusioni  A livello mediterraneo esiste una sostanziale omogeneità di situazioni per quanto riguarda i contesti ambientali dove lo Storno sverna, la consistenza e lo stato di conservazione delle popolazioni, le modalità di caccia adottate e le problematiche gestionali esistenti. Le informazioni attualmente disponibili mostrano come in Italia vi siano le condizioni affinché lo Storno possa essere cacciato con modalità analoghe a quelle previste negli altri Stati membri dove la specie è già oggetto di caccia”.

Di fatto però in Italia, dati del 2004, si stimava una popolazione nidificante di 3 milioni di coppie con probabile tendenza all’aumento a cui si aggiungono gli storni migranti provenienti da un vasto areale che va dall’Europa centrale fino alla Russia europea, in questa vasta area si stima che nidificano da 13 a 31 milioni di coppie. Indicativamente si stimava che la popolazione migrante di storni che si riversava sull’Italia fosse di alcune decine di milioni di individui e solo su Roma circa 3-4 milioni di individui.

Se andiamo a vedere in Italia i dati del 2004 e i dati attuali del 2011 (vedi sopra considerazioni ISPRA) si riversano sempre 20 milioni di storni, quindi si poteva tranquillamente intervenire prima, come si può intervenire ora.

Di fatto nell’applicazione dello deroghe e quindi al controllo di questa specie, ci sono sempre stati mille complicazioni ed intoppi di carattere tecnico-burocratico e finanche di carattere emotivo, quindi come di consueto fioccano i ricorsi degli anticaccia.

Ora a fronte anche delle spinte emotive che portano sempre a cercare di bloccare gli interventi di controllo della fauna è ora di intervenire con quel sano proverbio in premessa e cioè CHI ROMPE PAGA. Sarebbe il caso che lo Stato, le Regioni, e le Amministrazioni che si occupano di gestione della fauna, emanino una norma che preveda: Qualora non vengano applicati interventi di contenimento selettivi e o controllo sulla fauna selvatica autoctona, sulla fauna domestica inselvatichita e sulla fauna alloctona, in ottemperanza alla Legge 157/92, alle Leggi regionali di recepimento, alla Legge 394/91, alle Direttive Comunitarie, ad altre norme e disposizioni in materia: ovvero per motivi di igiene e sanità pubblica e veterinaria, ovvero per danni all’agricoltura, alla zootecnia, al patrimonio forestale, ovvero per danni alla piscicoltura, ovvero per motivi di sicurezza stradale o aeroportuale, ovvero per danni alle specie autoctone, ovvero a tutela dell’incolumità pubblica; qualora si ravvisassero delle responsabilità ostantive da parte di Enti, Amministrazioni, Associazioni, Istituti pubblici e privati, etc. non supportate da dati tecnico-scientifici, questi saranno tenuti in solido a risarcire gli eventuali danni, nonché responsabili civilmente e penalmente.

Sicuramente data l’entità economica dei danni sarà difficile che qualcuno si opponga immotivatamente al controllo della fauna problematica, se poi sarà chiamato a pagare di tasca propria. CHI ROMPE PAGA …….e i cocci sono suoi.

In ultimo voglio aggiungere, che lo Stato, le Regioni, etc., sempre in tema di risparmio economico, snellimento della burocrazia, etc. etc. dovrebbero promulgare una norma che validasse in tutto il territorio italiano le varie abilitazioni in tema di gestione faunistica, caccia di selezione, controllo specie problematiche, etc. etc. Quindi l’abilitazione presa in qualsiasi Provincia sia valida in tutto il territorio nazionale. Del resto tutte le province adottano le direttive dell’ISPRA. Quindi che si legiferi in tal senso:

Il prelievo selettivo degli ungulati e controllo della fauna è praticato da coloro che risultano in possesso di attestato di abilitazione rilasciato dalla Provincia, da Enti, da Associazioni, da Istituti di protezione (aree protette) che abbiano comunque predisposto ed organizzato corsi specifici secondo le linee guida dell’ISPRA.e con il parere favorevole dell’ISPRA.

Sono abilitazioni riconosciute in tutto il territorio nazionale come la licenza di porto di fucile ad uso caccia;

a) l’abilitazione all’esercizio della caccia di selezione agli ungulati;

b) l’abilitazione all’esercizio del controllo faunistico

c) l’abilitazione di conduttore cane da traccia e da limiere.

d) nonché tutte le altre abilitazioni in tema di gestione faunistica-venatoria.

 

Inviata via email da stefano.devita@libero.it

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Pubblicato da

Francesco

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