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di Antonio BUONO*
Dedicato alla mia anima ed al mio cuore…
E’ la storia di un cacciatore che ha negli occhi, farfalle, rondini, pipistrelli, lucciole, lumache, lucertole, milioni uccellini migratori, api, bombi…e ancora, fiori, colori, profumi, canti, suoni, l’odore di una terra zappata, il maiale, il pane e pomodoro, il vino buono e…l’amore per tutto ciò che era passione, stupore, bellezza, incanto, meraviglia e vita !
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Si accorse subito che non era nato cacciatore, aveva comunque deciso di seguire le orme del nonno e quelle ancor più profonde di suo padre non appena sarebbe diventato grande.
Riuscì ad immergersi intensamente in quella che era una passione così grande, capace finanche di fermare i battiti del suo cuore, tra una lacrima di troppo ed una carezza di meno.
Per tutta la vita tenne nascosta quella lacrima assieme alla speranza di trovare quella carezza che non ebbe mai.
Le ragioni della sua tristezza, erano tutte offuscate nei suoi grandi occhi velati, poiché quelle giornate di caccia, quei momenti così pieni di gioia, quella condivisione di indescrivibili intense emozioni, restavano indelebili solamente nei suoi sogni.
Sogni bellissimi, macchiati soltanto a tratti da un pensiero inquietante: né il nonno e tantomeno il papà, fecero in tempo a dirgli che quel mondo meraviglioso, già da anni, non era più tra loro.
Infatti, ancor prima di “partire”, lo nascosero tra le cose più belle della loro vita in una grande valigia di cartone… non volevano che andasse perduto!
E fu così, come le tante cose immancabili che scortavano i Faraoni nel loro lungo viaggio verso la vita eterna, che in quella valigia non venne a mancare un piccolo colino dal telaio in rete metallica.
I minuscoli granelli di quel sacro pomodoro che trasportava linfa vitale anno dopo anno, non dovevano passare oltre. Il fiato del nonno non lasciava scampo all’inutile buccia asciugata al sole rovente della calda estate.
Quel piccolo seme era l’apoteosi verso una nuova vita.
Il nonno, tra i mille segreti del suo mestiere di contadino, ne aveva alcuni che tenne nascosti per sempre.
Tra l’incredibile e l’assurdo, quando seppe delle cinquecento lire, quelle dalle caravelle con le vele controvento che andarono fuori corso, pensò bene di metterle in un barattolo di stagno e sotterrarle laddove ancora oggi soltanto lui sa dove.
Per decenni suo nipote zappò quella terra nella speranza di trovare quel contenitore di lamiera zincata… una “riesumazione” che non avvenne mai!
Quel continuo zappare la terra, non era certo la sua passione, ma quel grande vecchio ormai stanco, al pari di un maestro d’orchestra, si poneva sempre dal lato opposto al suo avanzare.
Di “fratta in fratta”, il suo bastone indicava sempre la “dritta via” da seguire, laddove poi durante la calda stagione, sarebbero cresciuti in fila indiana i tanti filari di pomodori, quelli che ogni giorno portava al mercato.
Ed era lì, in quella grande piazza del paese, tra mille venditori ambulanti ed ortaggi di ogni genere, che la sua voce si levava alta e possente mentre svuotava il suo carretto un chilo dopo l’altro. Doveva gridare più forte degli altri contadini, che come lui, erano in gara per portare il pane a casa!
Nei suoi ricordi, nel bosco poco più in là di quei campi coltivati come un giardino bellissimo, laddove a nessun filo d’erba era consentito crescere, proprio dove suo nonno prima e suo padre poi andavano a caccia di tordi, c’era e c’è ancora una cassetta di legno tutta rotta.
Ancora oggi, lui stesso ama sedersi su quella cassetta traballante e sempre più malridotta. La speranza che un tordo porti con sé quei mille emozionanti ricordi di un tempo andato, non lo abbandona mai.
Ogni qualvolta che si avventura in quel luogo mitico, nell’attesa di quel tordo che non vuole passare, non fa altro che domandarsi se sia la cassetta ed i suoi pezzi mancanti ad essere fuori dal tempo, oppure sia stato proprio il tempo a portare via con sé tutto “ciò che manca”.
“Tempi moderni”, tempi e tempo diverso, anacronismo!
Ma la passione, la malia nel suo animo, proprio come quel “seme” del nonno, continuava a crescere.
Tra i tanti cimeli che gli hanno lasciato i “suoi”, quasi come fosse un legame virtuale, ha sempre addosso quello stesso giubbino in pelle malandata dal tempo, pieno di strappi e dagli infiniti rammendi, i buchi che lasciano passare quelle vecchie cartucce asciugate mille volte al calore della vecchia caldaia, non mancano mai.
Molte spesso, mentre i suoi occhi scrutano l’orizzonte ed i pensieri vagano, tutto ciò che gli resta è soltanto una piccola lacrima che nasconde segretamente nel profondo del cuore, quella stessa lacrima che sempre di più gli sfugge tra la rugiada del primo mattino. Accanto a lui, c’è sempre “Peppniello”, grande ritrovatore e superbo cane da poltrona. Quel guardarsi e capirsi con gli occhi di chi ama, continuava ad essere una sensazione struggente.
L’essersi avvicinato così tanto all’arte del saper vivere immerso nei meandri di tante indescrivibili emozioni, nell’amare intensamente e nel credere in tutto ciò che si fa, in ciò che addirittura si riesce a produrre, ha plasmato in lui la certezza che l’arte è vita e che attraverso quel cibo sano, genuino, sincero, null’altro è se non un continuo viaggiare in modo onirico verso la vita eterna, laddove quel profondo mistero che rasserena l’anima… vive!
Abbracciato suo malgrado a quella tristezza che lo rincorre ovunque , se oggi dovesse morire, porterebbe con sé in una piccola valigia, quella lacrima mai perduta, quella carezza mai avuta e, quegli immensi Campi Elisi… mai più veduti.
*Cacciatore a vita

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